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Sperimentare, una politica per il territorio

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Sono conscio di non essere originale affermando che nel mondo è in atto una profonda rivoluzione.
Anzi, sono sicuro che in molti questa affermazione solleverà un interrogativo: quale?
Perché, in effetti, di rivoluzioni ne stiamo vivendo più di una.

Quella a cui mi riferisco, visto il mio ambito di attività, è quella microelettronica, innescata dall’avvento del microprocessore e dalla diffusione di massa dell’informatica, e che nel giro di pochi lustri ha trasformato radicalmente il mondo.

Come tutte le rivoluzioni, anche questa è difficile da riconoscere. Non tutti sono consci di stare vivendola, ed è per questo complessa da gestire in corso d’opera. E’ però innegabile che, come è stato per tutte quelle che l’hanno preceduta, e più notabilmente quella industriale, sono già evidenti gli effetti di  obsolescenza e di declino delle realtà che non sono in grado di riconoscerla ed aggiornarsi. Così come è sotto gli occhi di tutti la fortuna di chi, con lo sguardo proteso al domani, è in grado invece di scorgerne in anticipo le implicazioni e di sfruttarle a proprio favore.

Gli storici fanno coincidere l’inizio di questo periodo di trasformazione sociale con la produzione del  primo microprocessore monolitico (single-chip)  – l’Intel 4004 – messo a punto dal gruppo di Federico Faggin agli inizi degli anni ’70. Faggin, per chi non lo conoscesse, è nato e cresciuto in Italia. Prima di approdare in Intel era stato dipendente di Olivetti prima, e di SGS-Ates – altra azienda italiana del settore microelettronico – poi. Dopo avere inventato il microprocessore fondò, fra l’altro, la Synaptics, l’azienda che ha realizzato i primi touchpad e touchscreen. E’ una delle tanti grandi menti nostrane che ha dovuto emigrare per affermarsi.

In quegli anni, però, il gap tecnologico fra il nostro paese ed il resto del mondo era pressoché nullo. Anzi, non erano pochi gli aspetti tecnologici in cui eravamo sicuramente all’avanguardia. Quello su cui peccavamo, oggettivamente, era il contorno. Mentre le nostre punte di eccellenza di livello mondiale si staccavano su un substrato pressoché inesistente, altri paesi erano riusciti a creare un humus fertile e dinamico, su cui era relativamente semplice fare attecchire quanto di più nuovo provasse a crescere.

Il microprocessore era una di queste novità che agli inizi fu compresa da pochi. Al di là di personaggi profetici come Gordon Moore, che nel 1965 lanciò quella profezia che è tutt’ora nota (sia pur un po’ rimaneggiata) come legge di Moore, le potenzialità del microprocessore divennero immediatamente evidenti soprattutto in un ambito molto particolare: quello degli sperimentatori.

Gli sperimentatori hanno avuto un ruolo molto importante nelle prime fasi della rivoluzione microelettronica. Anche se la cosa non è particolarmente nota, la storia del personal computer nasce in larga parte proprio dai veri appassionati sperimentatori. Il gruppo più famoso è sicuramente quello dell’Homebrew Computer Club di Stanford, da cui sono usciti sia Steve Jobs che Steve Wozniac, fondatori di Apple, ma anche Adam Osborne, che diede vita all’azienda che produsse il primo computer portatile. Fu proprio in uno degli incontri di HCC, che si tenevano all’univesità di Stanford,  che fu presentato il mitico Apple I.

In realtà in quegli anni in Italia non eravamo poi così distanti: mentre Jobs & Wozniac pensavano al loro Apple I, nella nostra Toscana Gianni Becattini e Claudio Boarino lanciano dalle pagine della rivista  per sperimentatori CQ Elettronica il progetto del Child 8, un microcomputer basato sul microprocessore Fairchild F8,  assemblabile con relativa facilità dagli appassionati. Per inciso, anche in Italia da qual progetto nacque una azienda, la General Processor, che non ebbe le sorti felici di quelle made in USA.

Se in altre nazioni è stata rapidamente compresa l’importanza delle applicazioni dei microprocessori, in Italia abbiamo avuto invece un marcato disinteresse verso l’intero comparto. Il gap con le altre nazioni si è andato lentamente allargando sino ad un punto di discontinuità: l’esplosione di internet.

Anche qui, il fenomeno internet è stato poco capito e decisamente sottovalutato. Non siamo stati pronti ad affrontare il punto di svolta: il passaggio della connessione ad internet attraverso i modem sulle linee voce, ai sistemi di connessione digitale (come le varie DSL o i collegamenti senza filo). Mentre altre nazioni hanno investito in risorse e cultura, noi abbiamo lasciato gestire la vicenda al mercato.

E’ stato un grande errore. La storia ci insegna che, sin dagli albori della civiltà, il benessere ed il progresso hanno seguito le vie di comunicazione. In quegli anni era evidente che si andavano delineando nuove strade – per il trasporto, questa volta, di informazione e conoscenza. Le zone che potevano beneficiare grandemente delle nuove autostrade dell’informazione erano proprio quelle più svantaggiate dal punto di vista economico, e quindi quelle meno interessanti sotto il profilo commerciale.

E’ l’approccio che ha portato al cosiddetto digital divide.

Altre realtà, comprendendo meglio la direzione del futuro, o forse scommettendo su di esso, hanno avuto la capacità di gestire il fenomeno. Il paragone che faccio spesso è fra l’Estonia (45.000 kmq, 1.3M abitanti) e la mia regione, la Basilicata (10.000 kmq, 600k abitanti).

Alla fine degli anni ’90 lo stato baltico ha lanciato un progetto di rivoluzione digitale che lo ha portato ad essere una delle grandi eccellenze nel settore dell’innovazione tecnologica, come è efficacemente ricapitolato in questo articolo.

C’è stato sicuramente un grande investimento tecnologico, soprattutto nella distribuzione della larga banda, che arriva dappertutto sul territorio e, da notare, a tutte le scuole pubbliche. Ma si è investito, e molto, sulla creazione del know-how da parte della popolazione e sulla digitalizzazione di tutto ciò che è digitalizzabile. Il risultato è sotto gli occhi di tutti, e l’Estonia è oggi il primo stato che offre una cittadinanza digitale!

Negli stessi anni la mia Regione lanciava un progetto altrettanto ambizioso, il Computer in ogni casa. Replicato negli anni successivi, aveva come finalità lo sviluppo delle tecnologie digitali e l’offerta di servizi digitali al cittadino. Era focalizzato, però, sul solo aspetto tecnologico. Per cui, alla fine, il solo risultato è stato quello di dotare la stragrande maggioranza dei lucani di un personal computer.

Certo è che la Basilicata si trovava (ed in larga parte si trova ancora) nella condizione perfetta per promuovere l’applicazione di sagge politiche di incentivazione del settore digitale. Le vastissime aree interne che soffrono di uno spopolamento oramai irreversibile e di una economia in costante declino sono le candidate ideali per azioni politiche che, supportate da una connettività a larga banda, possano favorire la localizzazione di attività della cosiddetta new economy.

Io vado da anni affermando che la disponibilità di banda adeguata costituisce un enorme vantaggio competitivo in un mondo che è oramai dominato dalla connettività globale. Grazie alla connettività le aree interne, che soffrono atavicamente di problemi di viabilità e di isolamento, potrebbero trovarsi a competere sul mercato globale ad armi pari, se non con qualche punto di vantaggio. Il tutto a fronte di investimenti relativamente ridotti, per un settore di attività che è certamente non inquinante e non in contrasto con le vocazioni tradizionali del nostro territorio.

In altre parole, la banda non serve solo per accedere a Netflix.

Ma il semplice approccio tecnologico non è sufficiente. Il caso del distretto scolastico di San Francisco è l’ennesima riprova che la tecnologia è abilitante, ma non basta da sola al raggiungimento dei risultati sperati. Per avere una svolta è necessario un diverso approccio culturale, operando parallelamente sulle risorse disponibili sul territorio e sugli investimenti in tecnologia.

sperimentare
Da questo punto di vista una grande risorsa, largamente sottovalutata, è costituita proprio dal mondo degli sperimentatori. In questi anni è una platea che si è largamente allargata anche grazie ad alcuni facilitatori, come ad esempio Arduino – il sistema di prototipazione rapida che, applicando all’elettronica digitale un approccio simile a quello dei mattoncini Lego, ha consentito l’accesso al mondo della sperimentazione anche a chi non aveva dimestichezza con il saldatore ed i circuiti stampati.
Gli sperimentatori sono una grande risorsa perché sono persone dotate di inventiva, curiosità e tenacia: cosa si può sperare di avere di meglio per la creazione di qualcosa di nuovo e di originale? Quali possono essere i candidati migliori per la creazione di start-up tecnologiche?

E attenzione: anche dalle parti nostre vi sono realtà interessanti, che forse non saranno paragonabili all’Homebrew Computer Club di Stanford, ma che sono centri di attrazione di grande interesse. Cito giusto le prime che mi vengono in mente, organizzazioni come i Linux User Group, le associazioni di Radioamatori, i gruppi Coderdojo.
Realtà di questo genere hanno come fine la crescita culturale: la propria, ma anche quella del territorio in cui operano. E credo sia indubbio che la crescita possa essere certamente maggiore e più proficua in un quadro di collaborazione sinergica. Sarebbe quindi utile un ruolo di raccordo e di coordinamento, che potrebbe essere egregiamente svolto dall’Università.

Questa è un po’ una nota dolente: il nostro ateneo sino ad oggi mi è sembrato muoversi su piani sin troppo distanti dal territorio della nostra regione. Rompere questo isolamento, aprendo le porte del campus con iniziative finalizzate al raccordo ed all’incentivazione delle varie risorse presenti sul territorio, potrebbe essere la strada giusta per coltivare un po’ quell’humus che è stato così fertile in altre, analoghe situazioni, all’estero.

Una cosa è comunque certa: la rivoluzione andrà inesorabilmente avanti, continuando ad imporre i suoi ritmi, sempre più frenetici.
Possiamo farci trascinare, con tutto quello che ne consegue, o cavalcarla.

A noi la scelta.

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Il social di papà

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Come si viveva prima di Internet?
Per la larga fetta di persone che non hanno vissuto direttamente quegli anni è sicuramente necessario un grande salto di fantasia: immaginare un mondo senza accesso diretto alle fonti, wikipedia, o giornali online,  ma anche senza smartphone, lettori MP3, musica streaming, video, chat e social networks.
Ma anche per chi ha direttamente vissuto quei periodi è un ricordo oggettivamente difficile da focalizzare: siamo così assuefatti ai risultati della rivoluzione microelettronica che oggi ci sembra quasi impossibile che sia esistito un momento in cui tutto questo, semplicemente, non esisteva.

C’è stato però un tempo, nemmeno tanto lontano, in cui l’unico modo per telefonare fuori di casa era costituito dalle cabine telefoniche, oggi se ne vede ancora qualcuna in giro per l’Italia, utilizzando i mitici gettoni, ed i computer erano delle enormi, costosissime apparecchiature, piene di ammiccanti lucette ed accessibili solo ad una élite di sacerdoti in camice bianco.

La rivoluzione microelettronica, un punto di discontinuità che gli storici faticano ancora ad inquadrare, stava però iniziando a produrre concretamente i suoi effetti nella società. L’invenzione dei circuiti integrati e dei microprocessori e la loro produzione in quantità sempre crescenti non solo rendeva le tecnologie informatiche accessibili ad una larga fetta di hobbisti, ma fungeva anche da stimolo per la creazione di un ecosistema di aziende destinate ad alimentare un mercato non professionale. A dare il la allo sviluppo della telematica amatoriale fu un integrato della AMD, il 7910, che consentiva la creazione di modem (contrazione di modulator/demodulator, il dispositivo che consente di trasferire in audio dei dati digitali) economici e semplici da costruire.

Sommando assieme la disponibilità di componenti e la voglia di esplorare, tipica dell’hobbista appassionato, cominciarono a nascere i primi CBBS (Computer Bulletin Board System, bacheca computerizzata): dei sistemi elettronici automatici, amatoriali e generalmente gratuiti, a cui ci si poteva connettere da casa per leggere e lasciare messaggi, come in una sorta di bacheca universitaria, per la prima volta digitale.
Nel 1984 Tom Jenning, un valente informatico californiano, ebbe l’idea di sperimentare un metodo per interconnettere le BBS in modo che potessero scambiarsi dei dati. Lo scopo dichiarato di Tom era quello di verificare se la cose fosse possibile e come realizzarla: uno spirito “like ham radio”,  cioè con lo stesso intento culturale dei radioamatori.
In breve tempo mise a punto il software, battezzato Fido, e con il primo, storico collegamento del maggio di quell’anno fra nodo #1 della sua BBS a San Francisco con il #2 di John Madill a Baltimora, nasceva Fidonet, la prima rete telematica pubblica, destinata ad esplodere al rango di fenomeno mondiale nel giro di pochi mesi.  Caratteristico il logo in ascii-art – la grafica era ancora avanti nel tempo del cane con il floppy disk in bocca.

fidonet
Alcuni mesi sono un tempo enorme per il mondo contemporaneo, ma non bisogna dimenticare che la comunicazione all’epoca era lenta: io venni a conoscenza dell’esistenza di Fidonet solo alla fine dell’anno grazie alle pagine di Byte, una rivista statunitense a cui ero abbonato, edita dalla McGraw-Hill, che costituiva in quegli anni un riferimento autorevole.
L’idea di sperimentare un servizio telematico calzava perfettamente al mio spirito di radioamatore ed alla mia curiosità intellettuale. Mi trovavo anche nella condizione ideale per realizzare concretamente il progetto, visto che l’azienda di informatica per cui lavoravo aveva disponibili le risorse tecniche necessarie, e che queste erano inutilizzate al di fuori degli orari lavorativi.

Per recuperare il software feci ricorso ad una delle risorse dell’epoca: la PD Software Library, una piccola realtà anglosassone nata sull’onda della diffusione dei primi personal computer. Pubblicava un bollettino mensile che elencava floppy disk contenenti quello che all’epoca veniva definito public domain: programmi non commerciali e di libero utilizzo. Questi floppy, solitamente tematici, venivano spediti via posta ad un costo contenuto. Giusto per inquadrare la realtà dell’epoca, i tempi di ognuno di questi passaggi erano dell’ordine di alcune settimane. Ricevetti i floppy prima di Natale ed effettuai la prima installazione del software il pomeriggio del 26 dicembre ’84

fido_welcome

Il banner di benvenuto di Fido Potenza, 1985

Intorno alla metà di Gennaio 1985 la mia BBS (South Italy CBBS) diventava con il nuovo software Fido Potenza, e nel giro di un paio di settimane trovai un accordo con il coordinatore europeo, Henk, per entrare ufficialmente nella rete Fidonet. Allora in Italia non era possibile reperire un modem in grado di collegarsi autonomamente (anzi, era tassativamente vietato collegare alla rete telefonica qualsiasi cosa che non fosse Sip). Henk fu così gentile da farsi carico di instaurare lui quotidianamente il collegamento necessario allo scambio dei dati.

Con il mio nodo l’Italia era la terza nazione europea ad entrare in rete, dopo Olanda e Regno Unito.

Ma come funzionava un BBS dell’epoca? Per dare una idea riporto qualche stralcio da un articolo di Federico Lo Cicero pubblicato sulla rivista Bit, che assieme a McMicrocomputer erano i riferimenti italiani nel campo della telematica e dell’home computing.

“… Così eccoci a che fare con CBBS nostrane che nulla hanno da invidiare alle più anziane sorelle di oltreoceano. Tra quelle che si distinguono troviamo certamente la Fido South Italy CBBS di Potenza. Il South Italy Cbbs (Sic per gli amici), fà parte della rete Fido-Net; questa rete è formata da vari Cbbs che, sparsi per il globo terracqueo, hanno in comune i servizi offerti all’utenza, almeno nelle linee principali e il software di gestione. Ogni Sysop, l’operatore di sistema, è ovviamente in grado di condurre il suo sistema come meglio crede, pur nel rispetto della linea comune: a seconda delle richieste che ottiene, e delle indagini svolte, attiva varie aree nelle quali l’utente può di aggirarsi, certo di trova¬re sempre qualcosa di interessante.

Ma procediamo con ordine: una volta connessi al sistema occorre per prima cosa effettuare la procedura di logon: è necessario fornire le proprie generalità e qualche altro dato che servirà al Sysop per conoscere le necessità e i desideri dei suoi utenti. Compilate diligentemente e sinceramente il cosiddetto “questionario informativo”: avete solo da gudagnarci.

Subito dopo si riceve una password che servirà nei collegamenti successivi, ma ovviamente tutte le richieste anagrafiche accennate vengono fatte solo nel corso del primo.

Entrati nel sistema, si riceve un breve sommario delle novità, finito il quale Fido ci propone una massima (sì, una frase tipo le ultime parole famose … ). In seguito viene visualizzato il menù principale, da cui si può accedere a due sottosistemi: l’area messaggi e l’area file. Altre opzioni del menu consentono di colloquiare con il Sysop (non pretendete di trovarlo in linea alle quattro del mattino), cambiare i parametri utente, ottenere statistiche d’uso e lasciare il sistema (logoff).

La cosiddetta “area file” permette di scambiare messaggi, annunci e posta elettronica con gli altri utenti del Fido. Anche qui esistono delle sottosezioni: per esempio area messaggi privati e area messaggi comuni. Si noti che in teoria è possibile comunicare con tutti i sistemi Fido-Net del mondo; indicando gli estremi del Fido con il quale si vuole colloquiare sarebbe possibile lasciare messaggi che, non in tempo reale ma in maniera differita, Fido stesso provvederebbe a smistare ai destinatari (…) Per la stesura dei messaggi da inviare è disponibile un potente e versatile editor, che permette di manipolare in maniera più che adeguata i testi redatti. Anche per i comandi dell’editor sono sempre disponibili degli help on-line: inoltre sono tutti riportati sul manuale dell’utente, che naturalmente troveree memorizzato su Fido sotto forma di file Ascii.

Passando alla sezione “file” si scopre qualcosa di veramente interessante.

Sono attivate varie aree, sette al momento in cui scriviamo, ma ne vengono aggiunte molto frequentemente, che raggruppano i file secondo criteri ben definiti: esiste un’area dedicata al Commodore, una per l’Apple, una per i sistemi Ms-Dos e, cosa interessante, se ne trovano anche di dedicate ai linguaggi: per ora Forth e Lisp, prossimamente … chi lo sa?

In ognuna di queste aree sono presenti vari file: non solo di testo, ma anche programmi di ogni genere: utility, giochi, package di comunicazione … L’unica condizione da rispettare perchè un programma venga accettato dal sistema e messo in lista è che esso appartenga al cosiddetto “public domain software”; non deve cioè essere un programma in commercio: si vuole affermare un secco no alla pirateria.

Ogni utente può prelevare file (download) o renderne disponibili di nuovi al sistema (upload). Per effettuare queste operazioni in condizioni di sicurezza Fido offre vari modi di trasferimento, tra cui l’ormai onnipresente protocollo Xmodem. Noi abbiamo provato sia a prelevare file che a effettuare degli upload: non abbiamo avuto problemi, tranne che per la lentezza del trasferimento stesso: del resto la comunicazione avviene a 300 baud e, solo in un secondo tempo sarà possibile usufruire di velocità più elevate. Insistiamo sul fatto che’ ogni utente dovrebbe mettere a disposizione qualche programma: i 5 Mbyte di materiale attualmente disponibili saliranno così a livelli sempre più alti.

Mentre scriviamo sono particolarmente ricche le aree del Commodore e Ms-Dos, ma ormai dovrebbe essere chiaro che sarà l’utenza a decretare il successo o meno delle varie sezioni.

Vi vogliamo anche segnalare che due delle aree file sono redatte in collaborazione con la rivista statunitense Byte: ne riportano articoli e i più interessanti programmi: tra questi ci sembrano particolarmente degni di nota un Ramdisk per l’Atari 520 ST e il Red Ryder, ottimo package di comunicazioni per l’Apple Macintosh.

Come si vede le possibilità che il Cbbs Fido offre sono varie e interessanti; va considerato soprattutto che il servizio è destinato a crescere principalmente secondo i desideri dell’utenza. (…) Sicuramente Fido rappresenta un notevole passo avanti per la micro-telematica italiana; le mitiche banche dati anglo-americane non sono più un fenomeno a noi remoto: anche in Italia disponiamo di un servizio di tutto rispetto!”

Ben 5 Mbyte di area file! Per l’epoca erano una enormità: basta calcolare quanto tempo avrebbe richiesto traferirli a 300bps. Ma anche le risorse all’epoca erano molto spartane. Fido Potenza girava su un clone IBM prodotto da Multitech, il vecchio nome dell’attuale ACER, con 640kByte di RAM, scheda video EGA ed un HD Maxxtor 5.25″ full-size da 20Mbyte, un sistema ‘potente’ per l’epoca.

Avendo messo in piedi il BBS per puro interesse tecnologico, non prevedevo certo che l’iniziativa potesse avere un grande successo. Mi aspettavo giusto l’accesso di pochi amici, appassionati della nuova frontiera della telematica. Rimasi quindi abbastanza meravigliato quando cominciai a vedere che le visite andavano incrementando significativamente. Ancora oggi non riesco a spiegarmi come mai, nel giro di alcune settimane e senza nessun tipo di pubblicità, Fido Potenza sia riuscito a costruirsi una solida base di utenti fedeli. Probabilmente avevo largamente sottostimato il numero degli appassionati, ma soprattutto la potenzialità del tam tam in epoche in cui non esistevano internet ed i suoi social network.

Assieme agli utenti iniziarono a contattarmi anche altri Sysop che volevano entrare nella rete. Fidonet in quegli anni non era una struttura democratica, e gli incarichi erano assegnati dall’alto. Henk aveva nominato me coordinatore della regione 33, l’Italia, ed era mio compito organizzarla e gestirla al meglio.  I primi due nodi ad entrare nella rete furono Fido Alessandria, di Flavio Bernardotti, e Fido Pordenone di Adolfo Melilli. Alcuni mesi più tardi la nodelist del  7/2/1986 fotografava così la rete italiana:

Region,33,Italy,I,Giorgio_Rutigliano,39-971-354**,300,
,1,FIDO_PZ,Potenza_Italy,Giorgio_Rutigliano,39-971-354**,300,CT1
,3,FIDO_AL,Alessandria_Italy,Flavio_Bernardotti,39-131-3555**,300,CT1
,4,FIDO_PN,Pordenone_Italy,Adolfo_Melilli,39-434-320**,300,CT1
,5,SOFT_SERVICE,Milano_Italy,Franco_Vandelli,39-2-2284**,300,CT1
,6,CIFT,Messina_Italy,Pietro_Princi,39-90-3010**,300,CT1
,7,TELEMAX,Palermo_Italy,Marcello_Mannino,39-91-5600**,300,CT1

La nodelist, l’elenco dei BBS aderenti, era generata ogni venerdì e distribuita a tutti i nodi della rete.

Agli inizi l’interconnesione fra i nodi era più virtuale che reale. Per mantenere bassi i costi di gestione la posta elettronica, denominata semplicemente mail, veniva usata praticamente solo per mantenere le comunicazioni fra i Sysop. I messaggi degli utenti erano gestiti solo a livello locale. Ma nel febbraio del 1986 Jeff Rush mise a punto un meccanismo chiamato EchoMail, che avrebbe segnato il futuro della rete, rendendo possibile la ridistribuzione dei messaggi di determinate aree a tutti i BBS aderenti.

Sostanzialmente è la stessa filosofia che è tutt’ora alla base dei gruppi dei social network moderni, come ad esempio Facebook.

Le aree EchoMail (da me battezzate Conferenze in Italiano) ebbero un successo immediato: con esse Fidonet diventava una rete in grado di veicolare concretamente messaggi su aree geograficamente molto vaste. Ovviamente, dato che anche in questo caso il volume di traffico costituiva un problema oggettivo, le aree erano accuratamente scelte in modo da pesare i pro (l’interesse) ed i contro (il costo) dell’implementazione di una determinata tematica. Nel corso di quegli anni molte sono state le organizzazioni amatoriali e non profit che hanno beneficiato del trasporto EchoMail per mantenere contatti telematici sul territorio nazionale. Con l’aumento dell’interesse cresceva il numero dei BBS aderenti e la capillarità della distribuzione.

Ovviamente per gestire al meglio una organizzazione così complessa era necessario fissare delle norme. Quelle Fidonet erano le cosiddette policy, cioè i regolamenti che stabilivano le procedure da seguire per ottenere la pacifica convivenza fra persone di così diverse origini e culture. Io mi preoccupai di tradurre ed adattare la policy internazionale, periodicamente aggiornata dall’organizzazione mondiale, e di definire quella nazionale che regolava i rapporti nell’ambito dell’Italia. Vista con gli occhi di oggi, le policy erano tutt’altro che democratiche. C’era una ragione ben precisa dietro questa apparente rigidità: il problema di mantenere operativa e funzionale una struttura complessa, eterogenea, in cui le finalità dei singoli membri erano molto differenti fra di loro e, cosa non trascurabile, in cui determinate azioni di singoli membri si ripercuotevano, in termini di costo, su altri.
Fidonet avrebbe raggiunto il picco di dimensioni mondiali dieci anni sopo la sua nascita nel giugno del 1995, con ben 35787 siti in nodelist, senza contare i cosiddetti point, entità di quarto livello che pur essendo in rete a tutti gli effetti non apparivano nella lista ufficiale più che altro per motivi di seplicità di gestione.

Certo, nulla se paragonato alla situazione attuale ed alla ubiquità di Internet e dei suoi servizi. Ma se rapportato alla situazione dell’epoca, il fenomeno Fidonet assume una dimensione totalmente diversa. Una rete amatoriale, costituita e gestita da un eterogeneo gruppo di entusiasti, è riuscita ad ottenere uno spazio importante in una realtà dove  molti sistemi professionali a pagamento fecero un fragoroso flop, basta ricordare il Videotel della SIP. Prova ne è che ancora oggi si trova in Internet traccia delle conferenze (aka EchoMail) che sono state gestite sui nostri sistemi nel corso di tutti quegli anni.

Una cosa di cui sicuramente si è parlato poco è il fatto Fidonet ha avuto un significativo impatto nella tecnologia informatica anche al di fuori del mondo dei BBS. Un esempio per tutti è costituito dalle tecniche di compressione dei dati, che oggi usiamo tutti indistintamente, talvolta senza nemmeno rendercene conto, al punto che il termine zippare è addirittura entrato nel vocabolario italiano. Pochi sanno che l’evoluzione di questo settore discende direttamente dalla rete Fidonet e dalla necessità di minimizzarne i costi, riducendo al massimo la quantità di dati da scambiare. Lo Zip nasce da un programma scritto da Thom Henderson per ridurre al minimo i dati necessari per la distribuzione delle Nodelist e delle FidoNews e successivamente ripreso da un altro sysop Fidonet, Phil Katz, che pubblicando PkZip ha definito il formato di archiviazione più popolare al mondo, comunemente utilizzato al giorno d’oggi.

La finestra tecnologica di Fidonet si è chiusa abbastanza rapidamente, ed in poco più di tre lustri è stata rimpiazzata da internet. E’ stata comunque una grande palestra per tanti di noi, sia sysop che utenti, ed una occasione importante, sia sotto il profilo vista tecnico che – soprattutto – dei rapporti interpersonali. Ha dimostrato che la tecnologia poteva essere uno strumento per creare comunità, ed ancora oggi a distanza di trent’anni ho amicizie strette con alcuni dei compagni di viaggio di quegli anni che resistono a dispetto di tempo e spazio.

Credo sia importante non dimenticare quei momenti pionieristici, che hanno spianato la strada alle tecnologie che viviamo quotidianamente. Per chi volesse saggiarne l’esperienza, ho realizzato alcuni mesi fa una ristampa anastatica con un clone funzionale Fido Potenza, fruibile con tecnologie correnti, che consente di toccare con mano cosa fossero le BBS. Ovviamente quello che non si può ricreare è il fascino di quei caratteri che si formavano magicamente sullo schermo del televisore di casa, girato a monitor per l’home computer.



 

 

 

Un servizio di Rai Tre Basilicata del Gennaio ’86 a firma Rocco Brancati


La foto del titolo è di blakespot

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