Connect with us

Varie

L’Unibas accetti le sfide del futuro

Published

on

Il 21 settembre è stato presentato al MISE il Piano Nazionale Industria 4.0, il piano con il quale il Governo conta di guidare il Paese attraverso la quarta rivoluzione industriale che sta radicalmente cambiando i modelli di produzione con l’avvento delle nuove tecnologie digitali. Ci siamo già dentro e cambierà in un modo o nell’altro la realtà in cui viviamo. Ancora una volta.

Si, perché se, come dice il ministro Calenda, la globalizzazione ha rivoluzionato la nostra società, al prossimo giro a farlo sarà l’innovazione.

All’interno del piano non solo gli sgravi fiscali per gli investimenti e il sostegno alle imprese ma anche il sostegno alla ricerca, primo motore di questa rivoluzione, attraverso il coinvolgimento di quelle università che sapranno legare la loro attività allo sviluppo di progetti innovativi per le aziende.

Su questo ultimo punto poggia uno degli obbiettivi chiave indicati dal Ministro: accendere la sfida tra gli Atenei. Perchè non fabbrichi cambiamenti radicali se non parti dal primo anello della catena.

Attraverso la Legge finanziaria 2017 verranno finanziati alcuni  centri di ricerca e università che possano operare concretamente nel trasferimento tecnologico tra atenei e mondo dell’impresa. Solo nel prossimo anno si conta ci saranno 200.000 studenti universitari coinvolti, +100% di studenti iscritti ad Istituti Tecnici Superiori su temi legati a Industria 4.0 e 1400 dottorati di ricerca attivati con focus specifici sul tema.

Inutile dire che l’UniBas questa partita non l’ha persa, non è mai stata nemmeno lontanamente vicina a giocarla. Non ci saranno, infatti, bandi aperti alle università qualsiasi cosa facciano, ne in base alla loro distribuzione territoriale. Saranno protagoniste quelle università che sapranno rendersi necessarie, diventare indispensabili centri di competenza e serbatoi di innovazione per il territorio. E non mi sembra che ciò stia avvenendo in Basilicata.

Ma come dice un proverbio cinese: alcune volte perdi (o peggio, nemmeno scendi in campo) tutte le altre impari.

E noi dobbiamo imparare a guardare al futuro, capire la direzione in cui si muove, se vogliamo essere in grado di anticiparlo, sfruttare i cambiamenti che porta con sè e non subirli ed esserne sopraffatti.

In quest’ottica l’Università degli Studi della Basilicata credo dovrebbe chiedersi se e in che modo intende accettare la sfida che il Ministro Calenda ha lanciato.

Abbiamo il vantaggio che l’era della quarta rivoluzione industriale uno dei principali gap del nostro territorio diventerà sempre meno importante. Si, perché le strade telematiche accorciano le distanze fisiche e aiutano la nostra regione ad uscire dall’isolamento. La “prossimità” conterà sempre di meno, mentre diventerà sempre più importante la capacità di orientarsi al futuro.

In questo contesto, l’UniBas sarà in grado di dotarsi degli strumenti necessari per mettere in comunicazione imprese, ricercatori e investitori? Solo così sarà capace di ritagliarsi un ruolo all’interno di sfide importanti, come quelle dell’industria 4.0, fondamentali per la competitività del Paese, garantire un futuro per sè e per chi qui deciderà di studiare, ma anche elaborare strategie per la crescita e lo sviluppo del nostro territorio. In altre parole, oltre che a intercettare i cambiamenti, l’Unibas vuole provare a provocarne? 

Comments

Inserisci un commento

Continue Reading
Click to comment

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Varie

Emissioni/Omissioni. Quando cattive politiche di gestione mettono a repentaglio la sostenibilità del Paese

Published

on

La fumata nera di qualche giorno fa al COVA di Viggiano ha destato non poca preoccupazione tra i lucani, che continuano a denunciare le condizioni di inquinamento e malasanità di questa Regione.

Il colosso dell’industria petrolifera italiana, che oramai da 20 anni tiene in pugno la politica lucana, dalle sedi di via Anzio a quelle di via dell’Ateneo Lucano passando per l’Ospedale San Carlo, continua a fare paura e a suscitare sfiducia verso le politiche ambientali, anzi verso la Politica.

L’oro Nero lucano, che avrebbe dovuto fare della Basilicata la regione più ricca d’Europa, non ha fatto altro che alimentare gli interessi economici e politici delle società d’estrazione, nonché rimpinguare le tasche già strapiene dei dirigenti politici lucani.

Nessun piano di investimento razionale per alimentare la crescita economica di questa regione, disgraziata e dimenticata, chiusa tra sue montagne nell’arretratezza culturale e sociale che la caratterizza da sempre, già solo per il fatto di essere una regione del Mezzogiorno d’Italia.

Come con i 500 euro di Renzi ai diciotteni nati nel ’98, con il bonus idrocarburi pensavano di raccogliere assenso e voti. E’ vero, non siamo ipocriti,  quei soldi fanno comodo a tutti, visti gli aumenti del prezzo del carburante, ma non è questo il modo giusto per investire nella crescita di una regione, non comprando il consenso. Vogliamo parlare poi dei piani di riassetto stradale senza logica, delle sagre di paese, dei mega concerti a Viggiano?  Questi  sono gli ambiti in cui vengono investiti i ricavi delle Royalty, mentre continuiamo ad essere una Regione senza un piano energetico chiaro, in cui le energie rinnovabili rappresentano, agli occhi dei cittadini, più un pericolo che un’opportunità.

Speravamo nell’investimento tecnologico, nei sistemi di illuminazione stradale innovativi e a risparmio energetico, per esempio, nel boom del teleriscaldamento e delle abitazioni ecosostenibili.

Speravamo in un investimento nel settore dell’industria energetica e petrolifera, che rendesse le nostre maestranze indispensabili e appetibili in questi settori e che avviasse, una volta per sempre, una transizione economica e sociale non più rinviabile.

Speravamo in un investimento sulla formazione e sulla ricerca scientifica: sarebbe utile che la Regione investisse danari sull’alta formazione, sul trasferimento tecnologico alle imprese, sul rapporto università-territorio, puntando alla  massima autonomia gestionale dell’Università della Basilicata, piuttosto che al suo controllo politico.

Quale futuro vogliamo per la nostra regione? Sarebbe banale dire no alle estrazioni e ai centri di raffinazione del grezzo. Anche perché non è questo che vogliamo. La riqualificazione energetica, lo sviluppo della rete infrastrutturale e dei trasporti, la riqualificazione urbanistica e ambientale, la creazione di nuove opportunità di lavoro, questi sono i piani di investimento a cui la Politica deve puntare, azioni concrete che hanno come fine la crescita economica della Regione e l’inversione del suo trend demografico e migratorio. La chiave della risposta a queste nostre esigenze è appunto la Politica, anche se sembrerebbe un controsenso. Forse dovrei dire ‘la buona politica’. Credo che la Politica, quella genuina, quella che davvero si interessa della res publica, si trovi nelle mani dei giovani. I giovani, infatti, sono il pezzo di società che più risente della crisi economica, della cattiva gestione delle problematiche ambientali e sociali, ma sono anche coloro che hanno le forze e  gli strumenti culturali per rimettere in piedi il Paese e superare lo stato frammentato della politica attuale.

Tuttavia, quello che si avverte è che “Spesso i giovani sono disinteressati alla cosa pubblica, anche a temi di grande impatto sociale come l’ambiente e lo sviluppo sostenibile” – ha detto l’on. Speranza in convegno a Roma il 17 dicembre. Ed è vero, le distrazioni quotidiane distolgono l’attenzione da quello che ci accade intorno, dai problemi sociali e politici che mettono in discussione il futuro della nostra Regione. Non basta osservare e giudicare quello che fanno gli altri, bisogna mettersi in gioco se si vuole cambiare l’assetto economico, sociale e ambientale della Basilicata.

Comments

Inserisci un commento

Continue Reading

Trending