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La casa intelligente

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Se in internet delle cose delineavo una realtà che, se comincia a fare capolino, richiederà ancora tempo per diffondersi e mostrare i suoi benefici, rimanendo all’interno delle nostre mura domestiche le cose sono ben diverse, e la casa ‘intelligente’ è già da tempo una possibilità concreta.
Anche se sono ancora molto pochi gli apparecchi che nascono con funzioni di controllo remoto, sono da tempo disponibili piccoli ed economici dispositivi in grado di controllare a distanza l’accensione e lo spegnimento di elettrodomestici, peraltro facilmente installabili senza alcuna necessità di interventi tecnici. Essendo pensati per l’uso domestico non richiedono infrastrutture invasive, come fili o predisposizioni speciali. Basta inserirli in una presa, come un normale adattatore passante

wallplug
per avere la possibilità di accendere e spegnere elettrodomestici, o controllare la luminosità delle lampadine, con strumenti informatici.

Il controllo è sempre effettuato senza fili: praticità e semplicità sono essenziali in ambiente domestico, in cui è sconveniente pensare ad un cablaggio tradizionale. Agli albori del settore, nei primi anni ’90, si utilizzava una tecnologia, X10, analoga al powerline, ma negli ultimi anni si è passati alle onde radio, sebbene con sistemi diversi dal WiFi usato per i computer. Ad oggi non si è ancora imposto uno standard universale, ed convivono quindi svariate diverse tecnologie. Le principali sono due: Z-wave e ZigBee.

Entrambi i sistemi hanno caratteristiche abbastanza simili: sono in grado di costruire autonomamente una rete a maglie (mesh network), in cui tutti i dispositivi (nodi) sono in grado di collaborare per lo smistamento dei dati. A differenza del WiFi, che invece ha un punto di distribuzione centralizzato, questo approccio consente di coprire facilmente anche grandi superfici, visto che è sufficiente che i dispositivi di vedano l’un l’altro. Sono inoltre dispositivi a bassissima potenza, caratteristica indispensabile per potere collegare dispositivi alimentati a batteria.
La tecnologia z-wave è sostenuta da un consorzio di produttori, la Z-wave Alliance, e complessivamente offre al momento una offerta migliore, sia per quantità che per contenuti, rispetto a ZigBee, che è invece uno standard ufficiale della IEEE, l’associazione internazionale per la promozione delle scienze tecnologiche.

Per costruire un sistema di automazione domestica, o domotica, è sufficiente aggiungere alle periferiche un sistema di controllo. La scelta è molto varia. Ci sono sistemi preconfezionati, come Fibaro o Vera, ma è possibile anche ricorrere a soluzioni fatte in casa, accoppiando piattaforme open source come OpenHab a microcomputer come Raspberry Pi o Intel NUC e ad una chiavetta Z-wave o ZigBee.

VeraLite-2Sia che si opti per il preconfezionato che per il fai da te, il risultato è quello di avere un sistema di gestione centralizzata in grado di assolvere a molte funzioni.
La principale è, ovviamente, quella di controllo: da un cruscotto virtuale è possibile avere uno sguardo d’assieme di tutte i dispositivi di casa e di comandarli singolarmente. E’ anche possibile creare degli scenari: una sorta di situazioni predefinite, che interessano più dispositivi, e che sono richiamabili con un singolo comando. L’esempio classico è il passaggio da un assetto diurno a quello notturno, che potrebbe comprendere l’abbassamento di tutte le tapparelle di casa, lo spegnimento delle luci, la selezione di una temperature minore per i termostati di casa, e così via. Peraltro, la stragrande maggioranza dei prodotti oggi dispongono di app per dispositivi mobili, per cui è possibile gestire la casa senza problemi anche da remoto.

Ma una cosa ancora più interessante di questo tipo di tecnologie è costituita dalla possibilità di misurare i consumi di energia. Molti dei dispositivi di controllo sono anche in grado di contabilizzare l’energia consumata durante i periodi di accensione. Per applicazioni più sofisticate sono anche disponibili delle periferiche specializzate nella sola contabilizzazione dell’energia.

meterAnche questi non richiedono installazioni particolari: il flusso di energia è rilevato utilizzando un piccolo captatore a clip, che va agganciato ad uno dei fili di alimentazione del carico da tenere sotto controllo. Misurazione che, peraltro, non è solo limitata all’energia elettrica, visto che sono in vendita sensori grado di misurare il flusso di liquidi o di gas.

In questo modo il sistema domotico aggiunge alle funzioni base di controllo il ruolo di centro di informazione. Possiamo rilevare tutto ciò che ci interessa, come sensori di temperatura, pressione, pioggia o luminosità: oramai sono in produzione tipologie si sensore virtualmente in grado di leggere l’ambiente in cui viviamo.

Sono caratteristiche che già di per sé giustificano l’installazione di impianti domotici, che hanno superato da tempo il ruolo di gadget che una volta avevano. Oggi sono diventati armi per ottimizzare costi e consumi, e nel contempo strumenti per migliorare il comfort.

Il passo successivo, quello che può giustificare la definizione di casa intelligente, è integrare le informazioni della rete dei sensori con le nostre decisioni, rendendo il sistema in grado di reagire autonomamente alle variazioni delle condizioni al contorno. Ad esempio, abbassando automaticamente le tapparelle in caso un temporale, o regolando l’intensità dell’irrigazione di un eventuale giardino in relazione all’umidità del terreno.

Andare oltre le semplici relazioni di causa ed effetto è però ancora qualcosa che spesso richiede il supporto di personale tecnicamente qualificato. Molti dei controllori consentono infatti di essere efficacemente programmati, molto frequentemente utilizzando il linguaggio Lua o sue variazioni. Questo approccio fornisce gli strumenti in grado di leggere dispositivi e sensori, integrare queste informazioni con dati proveniente dalle fonti più disparate, e controllare le apparecchiature con logiche anche molto sofisticate. Utilizzarlo in modo proficuo ed efficiente è però ancora abbastanza complesso, perché richiede competenze non banali di programmazione.

E’ però probabile che siamo ad una significativa svolta nel settore, segnata come sempre dalla discesa in campo dei giganti dell’informatica. Se fino ad oggi la domotica è stato un settore relativamente di nicchia, gli annunci di Apple e di Google sono destinati a imprimere un grande slancio, che inevitabilmente allargherà la platea delle persone interessate.

Apple aveva già annunciato il suo Homekit, una piattaforma per l’integrazione domotica, nella Worldwide Developers Conference dello scorso anno, ma sino ad ora non si era andati oltre l’annuncio. Sembrerebbe però che nei prossimi mesi i primi prodotti compatibili saranno disponibili per la vendita, e quindi sarà possibile conoscere l’impatto che l’evento avrà sugli equilibri del settore. Si tratta però di soluzioni che sono strettamente limitate all’ecosistema di Apple.

Google, da parte sua, ha ufficializzato nelle scorse settimane la sua strategia, che è invece fondata sul concetto dell’interoperabilità, e che è al momento basata su due prodotti.
Il primo è Brillo, un sistema operativo derivato da android (e, quindi, da Linux) e finalizzato all’uso per dispositivi per Internet delle Cose. E’ quindi ottimizzato per apparati a basso consumo e con poca memoria:  32 o 64Mbyte.
Il secondo è invece Weave, una sorta di lingua franca, finalizzata a consentire il dialogo fra apparati di diversi produttori in modo semplice ed affidabile. Weave infatti deriva da standard affermati,  la tecnologia JSON largamente utilizzata in ambito web, e non è ristretta ad una specifica piattaforma, ma sarà liberamente implementabile senza problemi.

Questo approccio potrebbe risolvere il problema che più di tutti limita lo sviluppo dell’intero comparto domotico, ma anche più in generale di Internet delle Cose, e che è costituito dalla mancanza di uno standard di fatto, e dalla necessità di verificare, volta per volta, i problemi di compatibilità delle tecnologie impiegate.

La foto del titolo è di SamsungTomorrow, quelle della pagina di AeonLabs e di Vera

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Il social di papà

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Come si viveva prima di Internet?
Per la larga fetta di persone che non hanno vissuto direttamente quegli anni è sicuramente necessario un grande salto di fantasia: immaginare un mondo senza accesso diretto alle fonti, wikipedia, o giornali online,  ma anche senza smartphone, lettori MP3, musica streaming, video, chat e social networks.
Ma anche per chi ha direttamente vissuto quei periodi è un ricordo oggettivamente difficile da focalizzare: siamo così assuefatti ai risultati della rivoluzione microelettronica che oggi ci sembra quasi impossibile che sia esistito un momento in cui tutto questo, semplicemente, non esisteva.

C’è stato però un tempo, nemmeno tanto lontano, in cui l’unico modo per telefonare fuori di casa era costituito dalle cabine telefoniche, oggi se ne vede ancora qualcuna in giro per l’Italia, utilizzando i mitici gettoni, ed i computer erano delle enormi, costosissime apparecchiature, piene di ammiccanti lucette ed accessibili solo ad una élite di sacerdoti in camice bianco.

La rivoluzione microelettronica, un punto di discontinuità che gli storici faticano ancora ad inquadrare, stava però iniziando a produrre concretamente i suoi effetti nella società. L’invenzione dei circuiti integrati e dei microprocessori e la loro produzione in quantità sempre crescenti non solo rendeva le tecnologie informatiche accessibili ad una larga fetta di hobbisti, ma fungeva anche da stimolo per la creazione di un ecosistema di aziende destinate ad alimentare un mercato non professionale. A dare il la allo sviluppo della telematica amatoriale fu un integrato della AMD, il 7910, che consentiva la creazione di modem (contrazione di modulator/demodulator, il dispositivo che consente di trasferire in audio dei dati digitali) economici e semplici da costruire.

Sommando assieme la disponibilità di componenti e la voglia di esplorare, tipica dell’hobbista appassionato, cominciarono a nascere i primi CBBS (Computer Bulletin Board System, bacheca computerizzata): dei sistemi elettronici automatici, amatoriali e generalmente gratuiti, a cui ci si poteva connettere da casa per leggere e lasciare messaggi, come in una sorta di bacheca universitaria, per la prima volta digitale.
Nel 1984 Tom Jenning, un valente informatico californiano, ebbe l’idea di sperimentare un metodo per interconnettere le BBS in modo che potessero scambiarsi dei dati. Lo scopo dichiarato di Tom era quello di verificare se la cose fosse possibile e come realizzarla: uno spirito “like ham radio”,  cioè con lo stesso intento culturale dei radioamatori.
In breve tempo mise a punto il software, battezzato Fido, e con il primo, storico collegamento del maggio di quell’anno fra nodo #1 della sua BBS a San Francisco con il #2 di John Madill a Baltimora, nasceva Fidonet, la prima rete telematica pubblica, destinata ad esplodere al rango di fenomeno mondiale nel giro di pochi mesi.  Caratteristico il logo in ascii-art – la grafica era ancora avanti nel tempo del cane con il floppy disk in bocca.

fidonet
Alcuni mesi sono un tempo enorme per il mondo contemporaneo, ma non bisogna dimenticare che la comunicazione all’epoca era lenta: io venni a conoscenza dell’esistenza di Fidonet solo alla fine dell’anno grazie alle pagine di Byte, una rivista statunitense a cui ero abbonato, edita dalla McGraw-Hill, che costituiva in quegli anni un riferimento autorevole.
L’idea di sperimentare un servizio telematico calzava perfettamente al mio spirito di radioamatore ed alla mia curiosità intellettuale. Mi trovavo anche nella condizione ideale per realizzare concretamente il progetto, visto che l’azienda di informatica per cui lavoravo aveva disponibili le risorse tecniche necessarie, e che queste erano inutilizzate al di fuori degli orari lavorativi.

Per recuperare il software feci ricorso ad una delle risorse dell’epoca: la PD Software Library, una piccola realtà anglosassone nata sull’onda della diffusione dei primi personal computer. Pubblicava un bollettino mensile che elencava floppy disk contenenti quello che all’epoca veniva definito public domain: programmi non commerciali e di libero utilizzo. Questi floppy, solitamente tematici, venivano spediti via posta ad un costo contenuto. Giusto per inquadrare la realtà dell’epoca, i tempi di ognuno di questi passaggi erano dell’ordine di alcune settimane. Ricevetti i floppy prima di Natale ed effettuai la prima installazione del software il pomeriggio del 26 dicembre ’84

fido_welcome

Il banner di benvenuto di Fido Potenza, 1985

Intorno alla metà di Gennaio 1985 la mia BBS (South Italy CBBS) diventava con il nuovo software Fido Potenza, e nel giro di un paio di settimane trovai un accordo con il coordinatore europeo, Henk, per entrare ufficialmente nella rete Fidonet. Allora in Italia non era possibile reperire un modem in grado di collegarsi autonomamente (anzi, era tassativamente vietato collegare alla rete telefonica qualsiasi cosa che non fosse Sip). Henk fu così gentile da farsi carico di instaurare lui quotidianamente il collegamento necessario allo scambio dei dati.

Con il mio nodo l’Italia era la terza nazione europea ad entrare in rete, dopo Olanda e Regno Unito.

Ma come funzionava un BBS dell’epoca? Per dare una idea riporto qualche stralcio da un articolo di Federico Lo Cicero pubblicato sulla rivista Bit, che assieme a McMicrocomputer erano i riferimenti italiani nel campo della telematica e dell’home computing.

“… Così eccoci a che fare con CBBS nostrane che nulla hanno da invidiare alle più anziane sorelle di oltreoceano. Tra quelle che si distinguono troviamo certamente la Fido South Italy CBBS di Potenza. Il South Italy Cbbs (Sic per gli amici), fà parte della rete Fido-Net; questa rete è formata da vari Cbbs che, sparsi per il globo terracqueo, hanno in comune i servizi offerti all’utenza, almeno nelle linee principali e il software di gestione. Ogni Sysop, l’operatore di sistema, è ovviamente in grado di condurre il suo sistema come meglio crede, pur nel rispetto della linea comune: a seconda delle richieste che ottiene, e delle indagini svolte, attiva varie aree nelle quali l’utente può di aggirarsi, certo di trova¬re sempre qualcosa di interessante.

Ma procediamo con ordine: una volta connessi al sistema occorre per prima cosa effettuare la procedura di logon: è necessario fornire le proprie generalità e qualche altro dato che servirà al Sysop per conoscere le necessità e i desideri dei suoi utenti. Compilate diligentemente e sinceramente il cosiddetto “questionario informativo”: avete solo da gudagnarci.

Subito dopo si riceve una password che servirà nei collegamenti successivi, ma ovviamente tutte le richieste anagrafiche accennate vengono fatte solo nel corso del primo.

Entrati nel sistema, si riceve un breve sommario delle novità, finito il quale Fido ci propone una massima (sì, una frase tipo le ultime parole famose … ). In seguito viene visualizzato il menù principale, da cui si può accedere a due sottosistemi: l’area messaggi e l’area file. Altre opzioni del menu consentono di colloquiare con il Sysop (non pretendete di trovarlo in linea alle quattro del mattino), cambiare i parametri utente, ottenere statistiche d’uso e lasciare il sistema (logoff).

La cosiddetta “area file” permette di scambiare messaggi, annunci e posta elettronica con gli altri utenti del Fido. Anche qui esistono delle sottosezioni: per esempio area messaggi privati e area messaggi comuni. Si noti che in teoria è possibile comunicare con tutti i sistemi Fido-Net del mondo; indicando gli estremi del Fido con il quale si vuole colloquiare sarebbe possibile lasciare messaggi che, non in tempo reale ma in maniera differita, Fido stesso provvederebbe a smistare ai destinatari (…) Per la stesura dei messaggi da inviare è disponibile un potente e versatile editor, che permette di manipolare in maniera più che adeguata i testi redatti. Anche per i comandi dell’editor sono sempre disponibili degli help on-line: inoltre sono tutti riportati sul manuale dell’utente, che naturalmente troveree memorizzato su Fido sotto forma di file Ascii.

Passando alla sezione “file” si scopre qualcosa di veramente interessante.

Sono attivate varie aree, sette al momento in cui scriviamo, ma ne vengono aggiunte molto frequentemente, che raggruppano i file secondo criteri ben definiti: esiste un’area dedicata al Commodore, una per l’Apple, una per i sistemi Ms-Dos e, cosa interessante, se ne trovano anche di dedicate ai linguaggi: per ora Forth e Lisp, prossimamente … chi lo sa?

In ognuna di queste aree sono presenti vari file: non solo di testo, ma anche programmi di ogni genere: utility, giochi, package di comunicazione … L’unica condizione da rispettare perchè un programma venga accettato dal sistema e messo in lista è che esso appartenga al cosiddetto “public domain software”; non deve cioè essere un programma in commercio: si vuole affermare un secco no alla pirateria.

Ogni utente può prelevare file (download) o renderne disponibili di nuovi al sistema (upload). Per effettuare queste operazioni in condizioni di sicurezza Fido offre vari modi di trasferimento, tra cui l’ormai onnipresente protocollo Xmodem. Noi abbiamo provato sia a prelevare file che a effettuare degli upload: non abbiamo avuto problemi, tranne che per la lentezza del trasferimento stesso: del resto la comunicazione avviene a 300 baud e, solo in un secondo tempo sarà possibile usufruire di velocità più elevate. Insistiamo sul fatto che’ ogni utente dovrebbe mettere a disposizione qualche programma: i 5 Mbyte di materiale attualmente disponibili saliranno così a livelli sempre più alti.

Mentre scriviamo sono particolarmente ricche le aree del Commodore e Ms-Dos, ma ormai dovrebbe essere chiaro che sarà l’utenza a decretare il successo o meno delle varie sezioni.

Vi vogliamo anche segnalare che due delle aree file sono redatte in collaborazione con la rivista statunitense Byte: ne riportano articoli e i più interessanti programmi: tra questi ci sembrano particolarmente degni di nota un Ramdisk per l’Atari 520 ST e il Red Ryder, ottimo package di comunicazioni per l’Apple Macintosh.

Come si vede le possibilità che il Cbbs Fido offre sono varie e interessanti; va considerato soprattutto che il servizio è destinato a crescere principalmente secondo i desideri dell’utenza. (…) Sicuramente Fido rappresenta un notevole passo avanti per la micro-telematica italiana; le mitiche banche dati anglo-americane non sono più un fenomeno a noi remoto: anche in Italia disponiamo di un servizio di tutto rispetto!”

Ben 5 Mbyte di area file! Per l’epoca erano una enormità: basta calcolare quanto tempo avrebbe richiesto traferirli a 300bps. Ma anche le risorse all’epoca erano molto spartane. Fido Potenza girava su un clone IBM prodotto da Multitech, il vecchio nome dell’attuale ACER, con 640kByte di RAM, scheda video EGA ed un HD Maxxtor 5.25″ full-size da 20Mbyte, un sistema ‘potente’ per l’epoca.

Avendo messo in piedi il BBS per puro interesse tecnologico, non prevedevo certo che l’iniziativa potesse avere un grande successo. Mi aspettavo giusto l’accesso di pochi amici, appassionati della nuova frontiera della telematica. Rimasi quindi abbastanza meravigliato quando cominciai a vedere che le visite andavano incrementando significativamente. Ancora oggi non riesco a spiegarmi come mai, nel giro di alcune settimane e senza nessun tipo di pubblicità, Fido Potenza sia riuscito a costruirsi una solida base di utenti fedeli. Probabilmente avevo largamente sottostimato il numero degli appassionati, ma soprattutto la potenzialità del tam tam in epoche in cui non esistevano internet ed i suoi social network.

Assieme agli utenti iniziarono a contattarmi anche altri Sysop che volevano entrare nella rete. Fidonet in quegli anni non era una struttura democratica, e gli incarichi erano assegnati dall’alto. Henk aveva nominato me coordinatore della regione 33, l’Italia, ed era mio compito organizzarla e gestirla al meglio.  I primi due nodi ad entrare nella rete furono Fido Alessandria, di Flavio Bernardotti, e Fido Pordenone di Adolfo Melilli. Alcuni mesi più tardi la nodelist del  7/2/1986 fotografava così la rete italiana:

Region,33,Italy,I,Giorgio_Rutigliano,39-971-354**,300,
,1,FIDO_PZ,Potenza_Italy,Giorgio_Rutigliano,39-971-354**,300,CT1
,3,FIDO_AL,Alessandria_Italy,Flavio_Bernardotti,39-131-3555**,300,CT1
,4,FIDO_PN,Pordenone_Italy,Adolfo_Melilli,39-434-320**,300,CT1
,5,SOFT_SERVICE,Milano_Italy,Franco_Vandelli,39-2-2284**,300,CT1
,6,CIFT,Messina_Italy,Pietro_Princi,39-90-3010**,300,CT1
,7,TELEMAX,Palermo_Italy,Marcello_Mannino,39-91-5600**,300,CT1

La nodelist, l’elenco dei BBS aderenti, era generata ogni venerdì e distribuita a tutti i nodi della rete.

Agli inizi l’interconnesione fra i nodi era più virtuale che reale. Per mantenere bassi i costi di gestione la posta elettronica, denominata semplicemente mail, veniva usata praticamente solo per mantenere le comunicazioni fra i Sysop. I messaggi degli utenti erano gestiti solo a livello locale. Ma nel febbraio del 1986 Jeff Rush mise a punto un meccanismo chiamato EchoMail, che avrebbe segnato il futuro della rete, rendendo possibile la ridistribuzione dei messaggi di determinate aree a tutti i BBS aderenti.

Sostanzialmente è la stessa filosofia che è tutt’ora alla base dei gruppi dei social network moderni, come ad esempio Facebook.

Le aree EchoMail (da me battezzate Conferenze in Italiano) ebbero un successo immediato: con esse Fidonet diventava una rete in grado di veicolare concretamente messaggi su aree geograficamente molto vaste. Ovviamente, dato che anche in questo caso il volume di traffico costituiva un problema oggettivo, le aree erano accuratamente scelte in modo da pesare i pro (l’interesse) ed i contro (il costo) dell’implementazione di una determinata tematica. Nel corso di quegli anni molte sono state le organizzazioni amatoriali e non profit che hanno beneficiato del trasporto EchoMail per mantenere contatti telematici sul territorio nazionale. Con l’aumento dell’interesse cresceva il numero dei BBS aderenti e la capillarità della distribuzione.

Ovviamente per gestire al meglio una organizzazione così complessa era necessario fissare delle norme. Quelle Fidonet erano le cosiddette policy, cioè i regolamenti che stabilivano le procedure da seguire per ottenere la pacifica convivenza fra persone di così diverse origini e culture. Io mi preoccupai di tradurre ed adattare la policy internazionale, periodicamente aggiornata dall’organizzazione mondiale, e di definire quella nazionale che regolava i rapporti nell’ambito dell’Italia. Vista con gli occhi di oggi, le policy erano tutt’altro che democratiche. C’era una ragione ben precisa dietro questa apparente rigidità: il problema di mantenere operativa e funzionale una struttura complessa, eterogenea, in cui le finalità dei singoli membri erano molto differenti fra di loro e, cosa non trascurabile, in cui determinate azioni di singoli membri si ripercuotevano, in termini di costo, su altri.
Fidonet avrebbe raggiunto il picco di dimensioni mondiali dieci anni sopo la sua nascita nel giugno del 1995, con ben 35787 siti in nodelist, senza contare i cosiddetti point, entità di quarto livello che pur essendo in rete a tutti gli effetti non apparivano nella lista ufficiale più che altro per motivi di seplicità di gestione.

Certo, nulla se paragonato alla situazione attuale ed alla ubiquità di Internet e dei suoi servizi. Ma se rapportato alla situazione dell’epoca, il fenomeno Fidonet assume una dimensione totalmente diversa. Una rete amatoriale, costituita e gestita da un eterogeneo gruppo di entusiasti, è riuscita ad ottenere uno spazio importante in una realtà dove  molti sistemi professionali a pagamento fecero un fragoroso flop, basta ricordare il Videotel della SIP. Prova ne è che ancora oggi si trova in Internet traccia delle conferenze (aka EchoMail) che sono state gestite sui nostri sistemi nel corso di tutti quegli anni.

Una cosa di cui sicuramente si è parlato poco è il fatto Fidonet ha avuto un significativo impatto nella tecnologia informatica anche al di fuori del mondo dei BBS. Un esempio per tutti è costituito dalle tecniche di compressione dei dati, che oggi usiamo tutti indistintamente, talvolta senza nemmeno rendercene conto, al punto che il termine zippare è addirittura entrato nel vocabolario italiano. Pochi sanno che l’evoluzione di questo settore discende direttamente dalla rete Fidonet e dalla necessità di minimizzarne i costi, riducendo al massimo la quantità di dati da scambiare. Lo Zip nasce da un programma scritto da Thom Henderson per ridurre al minimo i dati necessari per la distribuzione delle Nodelist e delle FidoNews e successivamente ripreso da un altro sysop Fidonet, Phil Katz, che pubblicando PkZip ha definito il formato di archiviazione più popolare al mondo, comunemente utilizzato al giorno d’oggi.

La finestra tecnologica di Fidonet si è chiusa abbastanza rapidamente, ed in poco più di tre lustri è stata rimpiazzata da internet. E’ stata comunque una grande palestra per tanti di noi, sia sysop che utenti, ed una occasione importante, sia sotto il profilo vista tecnico che – soprattutto – dei rapporti interpersonali. Ha dimostrato che la tecnologia poteva essere uno strumento per creare comunità, ed ancora oggi a distanza di trent’anni ho amicizie strette con alcuni dei compagni di viaggio di quegli anni che resistono a dispetto di tempo e spazio.

Credo sia importante non dimenticare quei momenti pionieristici, che hanno spianato la strada alle tecnologie che viviamo quotidianamente. Per chi volesse saggiarne l’esperienza, ho realizzato alcuni mesi fa una ristampa anastatica con un clone funzionale Fido Potenza, fruibile con tecnologie correnti, che consente di toccare con mano cosa fossero le BBS. Ovviamente quello che non si può ricreare è il fascino di quei caratteri che si formavano magicamente sullo schermo del televisore di casa, girato a monitor per l’home computer.



 

 

 

Un servizio di Rai Tre Basilicata del Gennaio ’86 a firma Rocco Brancati


La foto del titolo è di blakespot

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