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Giovani, Futuro, Basilicata: quando un gruppo dirigente dovrebbe dare risposte

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Gli ultimi dati del 50° rapporto Censis ci consegnano una situazione sociale ed economica che mai nessuna generazione ha dovuto affrontare prima d’ora. La visione del futuro incerto e “al ribasso” è il punto di congiunzione fra tutti i “millenial” – i giovani nati fra gli anni ’90 e l’inizio del nuovo Millennio – che vivono in Italia in questo momento. Mai nella storia del nostro Paese i giovani si sono sentiti così insicuri, deboli ed instabili come in questo momento storico.

Il 61,4% degli italiani è convinto che il proprio reddito non crescerà in futuro, mentre si attesta al 57% la percentuale di coloro che pensano che i propri figli o nipoti vivranno peggio di loro. Se si vanno a vedere nello specifico i dati del “Rapporto sulla situazione sociale del Paese” si può vedere che la maggior parte delle preoccupazioni è legata al mondo del lavoro saltuario, alle competenze che vengono sottostimate per far spazio ad una quotidianità fatta di “lavoretti”, contratti a termine e basse retribuzioni, che rappresentano il 63,1% del totale dei rapporti di lavoro instaurati nel periodo gennaio-agosto 2016.

I numeri del rapporto fanno a cazzotti con i toni trionfalistici che il Governo e le istituzioni hanno utilizzato per commentare i dati sull’occupazione, nei quali rientrano anche i contratti a termine ma soprattutto i voucher di cui, solo nei primi sei mesi di quest’anno, ne sono stati emessi oltre 70 milioni.

Se ai dati sull’occupazione affianchiamo anche quelli dell’emigrazione il quadro assume, se possibile, tinte ancora più fosche e cupe: 102.000 italiani (il 15% in più rispetto al 2014) hanno lasciato il nostro Paese per trasferirsi all’estero, in particolare in Regno Unito, Svizzera, Germania e Francia. In quel +15% sono circa 75.000 i giovani con più di 25 anni, laureati e non, che cercano un’opportunità all’estero.

La Basilicata, ovviamente, non fa eccezione in questo fenomeno migratorio che pensavamo, illusoriamente, di esserci lasciati alle spalle con l’industrializzazione della metà del secolo scorso. La popolazione residente nella nostra Regione ha subito, secondo i dati dell’Istat, un drastico calo nel ultimi 14 anni con 23.774 (-5,67%) lucani che hanno cambiato la residenza dal 2001 al 2015. Una vera e propria “fuga dalla Basilicata” che è già stata analizzata dal lavoro dell’Anci nell’ottobre scorso.

Dietro questi numeri impietosi, sia per la Basilicata che per l’Italia in generale, si nasconde qualcosa di ben più profondo e strutturale: la totale assenza di un gruppo dirigente in grado di dare risposte, immaginare e mettere in campo soluzioni capaci di ribaltare il trend e consegnare ai giovani una prospettiva vera di futuro, sviluppo e benessere nel nuovo mondo globalizzato ed instabile. La prima risposta dovrebbe venire dall’Europa che continua ad essere lenta e macchinosa nei suoi funzionamenti, lontana dai cittadini e più attenta alle percentuali dei bilanci nazionali che alle necessità dei territori. Su questo punto sarebbe interessante vedere un sussulto da parte del nostro Paese, dando una scossa importante verso l’unione politica e non solo monetaria dell’UE.

Un membro fondatore come l’Italia ha una grande responsabilità verso l’Unione e deve assolutamente porre le questioni che erano presenti nel manifesto di Ventotene – Unione dei popoli e Federazione politica fra gli Stati – ma che ci siamo persi per strada fra austerity, vertici di facciata e volontà nazionali autoreferenziali ferme al secolo scorso.

Un ruolo non meno importante devono ricoprirlo le Regioni a livello locale, mettendo insieme le proprie forze verso un’unione di intenti che metta al centro lo sviluppo del Mezzogiorno in una visione più ampia, non solo nazionale ma anche europea. Dobbiamo entrare nell’ottica – se ci fosse sfuggito – che, così come l’Italia non può affrontare le sfide globali da sola, la Basilicata non può pensare di “fare da sé” in un contesto ampio e difficile come quello italiano, europeo e mondiale.

Un gruppo dirigente degno di questo nome dovrebbe tenere insieme le diverse questioni locali, nazionali ed internazionali e mettere in campo sinergie, istituzionali e politiche, per permettere di portare avanti un progetto omogeneo, complessivo ed inclusivo. Al momento non si riesce a vedere un’intenzione del genere nel “gruppo dirigente”, troppo frammentato e occupato a livello nazionale ed internazionale in gare di autoreferenzialità, mentre a livello regionale il dibattito somiglia molto di più alle guerre fra tribù e famiglie di potere che ad un vero confronto sulla Regione, il Mezzogiorno e le prospettive da costruire e mettere in campo.

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Emissioni/Omissioni. Quando cattive politiche di gestione mettono a repentaglio la sostenibilità del Paese

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La fumata nera di qualche giorno fa al COVA di Viggiano ha destato non poca preoccupazione tra i lucani, che continuano a denunciare le condizioni di inquinamento e malasanità di questa Regione.

Il colosso dell’industria petrolifera italiana, che oramai da 20 anni tiene in pugno la politica lucana, dalle sedi di via Anzio a quelle di via dell’Ateneo Lucano passando per l’Ospedale San Carlo, continua a fare paura e a suscitare sfiducia verso le politiche ambientali, anzi verso la Politica.

L’oro Nero lucano, che avrebbe dovuto fare della Basilicata la regione più ricca d’Europa, non ha fatto altro che alimentare gli interessi economici e politici delle società d’estrazione, nonché rimpinguare le tasche già strapiene dei dirigenti politici lucani.

Nessun piano di investimento razionale per alimentare la crescita economica di questa regione, disgraziata e dimenticata, chiusa tra sue montagne nell’arretratezza culturale e sociale che la caratterizza da sempre, già solo per il fatto di essere una regione del Mezzogiorno d’Italia.

Come con i 500 euro di Renzi ai diciotteni nati nel ’98, con il bonus idrocarburi pensavano di raccogliere assenso e voti. E’ vero, non siamo ipocriti,  quei soldi fanno comodo a tutti, visti gli aumenti del prezzo del carburante, ma non è questo il modo giusto per investire nella crescita di una regione, non comprando il consenso. Vogliamo parlare poi dei piani di riassetto stradale senza logica, delle sagre di paese, dei mega concerti a Viggiano?  Questi  sono gli ambiti in cui vengono investiti i ricavi delle Royalty, mentre continuiamo ad essere una Regione senza un piano energetico chiaro, in cui le energie rinnovabili rappresentano, agli occhi dei cittadini, più un pericolo che un’opportunità.

Speravamo nell’investimento tecnologico, nei sistemi di illuminazione stradale innovativi e a risparmio energetico, per esempio, nel boom del teleriscaldamento e delle abitazioni ecosostenibili.

Speravamo in un investimento nel settore dell’industria energetica e petrolifera, che rendesse le nostre maestranze indispensabili e appetibili in questi settori e che avviasse, una volta per sempre, una transizione economica e sociale non più rinviabile.

Speravamo in un investimento sulla formazione e sulla ricerca scientifica: sarebbe utile che la Regione investisse danari sull’alta formazione, sul trasferimento tecnologico alle imprese, sul rapporto università-territorio, puntando alla  massima autonomia gestionale dell’Università della Basilicata, piuttosto che al suo controllo politico.

Quale futuro vogliamo per la nostra regione? Sarebbe banale dire no alle estrazioni e ai centri di raffinazione del grezzo. Anche perché non è questo che vogliamo. La riqualificazione energetica, lo sviluppo della rete infrastrutturale e dei trasporti, la riqualificazione urbanistica e ambientale, la creazione di nuove opportunità di lavoro, questi sono i piani di investimento a cui la Politica deve puntare, azioni concrete che hanno come fine la crescita economica della Regione e l’inversione del suo trend demografico e migratorio. La chiave della risposta a queste nostre esigenze è appunto la Politica, anche se sembrerebbe un controsenso. Forse dovrei dire ‘la buona politica’. Credo che la Politica, quella genuina, quella che davvero si interessa della res publica, si trovi nelle mani dei giovani. I giovani, infatti, sono il pezzo di società che più risente della crisi economica, della cattiva gestione delle problematiche ambientali e sociali, ma sono anche coloro che hanno le forze e  gli strumenti culturali per rimettere in piedi il Paese e superare lo stato frammentato della politica attuale.

Tuttavia, quello che si avverte è che “Spesso i giovani sono disinteressati alla cosa pubblica, anche a temi di grande impatto sociale come l’ambiente e lo sviluppo sostenibile” – ha detto l’on. Speranza in convegno a Roma il 17 dicembre. Ed è vero, le distrazioni quotidiane distolgono l’attenzione da quello che ci accade intorno, dai problemi sociali e politici che mettono in discussione il futuro della nostra Regione. Non basta osservare e giudicare quello che fanno gli altri, bisogna mettersi in gioco se si vuole cambiare l’assetto economico, sociale e ambientale della Basilicata.

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