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Giano bifronte: e se quello che vediamo non fosse poi la realtà?

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“Ognuno di noi ha una patria di nascita ed una elettiva”,con queste parole inizio’ la mia prima lezione all’università,e in questi giorni in giro per l’italia mi sono tornate alla mente spesso.

Ho conosciuto realtà non  molto lontane da quella potentina,una realtà contorta e alle volte davvero complessa,e mi sono chiesta se per qualcuno potenza possa aver mai rappresentato la “patria elettiva”,o se in realtà fosse solo il rifugio di chi ha avuto qui i natali.

Ho girato questa domanda a varie persone e il risultato,alquanto inatteso , ha messo in luce quanto la città sia ricca di persone che volutamente hanno deciso di venire a vivere qui e,cosa ancor più inaspettata,ne sono anche soddisfatti.

Ma allora da cosa deriva quello strano senso di insoddisfazione che aleggia per lo più sui nostri volti quando camminando, ci incrociamo distratti in giro?!
Ci guardiamo intorno e non sempre ,anzi quasi mai,ci piace quello che vediamo: c’e’ poco verde e troppo cemento,pochi parcheggi ma troppe macchine,non si organizza mai nulla, ma se poi si fa qualcosa non ci andiamo; ogni cosa diventa il pretesto per esaltare una mancanza,piuttosto che sottolineare una presenza.
Siamo come affetti da una sorta di “sindrome di Stendhal al contrario”: restiamo folgorati solo da ciò che non ci piace o da ciò che non corrisponde alle nostre aspettative, e non ci preoccupiamo quasi mai se dietro a ciò che vediamo ci sia qualcuno o qualcosa che ha agito pensando di fare un regalo alla comunità.
Già perché nelle viscere più profonde, la nostra città nasconde un cuore che batte più forteogni volta che una delle cento associazioni, piuttosto che un singolo decidono di fare qualcosa affinché la sua bellezza possa venir fuori.

Si, perché Potenza è un po’ come una giovane donna,si nasconde e si rivela a suo piacimento: alle volte è fredda, altre accogliente,austera e accomodante; ma nonostante le mille sfaccettature ha una sola ed unica pretesa, essere amata e capita.
Concedetele un po’ del vostro tempo e della fiducia, saprà ricompensarvi.

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Dottoressa in storia e civiltà europee. Attivista e candidata alla Camera dei Deputati nel 2018 con Liberi e Uguali.

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La retorica del cambiamento

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Viviamo l’epoca dell’ipertrofia comunicativa.

Le parole scorrono a fiumi e con peso relativo sempre minore; spesso facciamo fatica a cogliere, addirittura, da quale bocca escano (o da quale tastiera) e sempre più raramente riescono ad essere uno strumento con cui caratterizzare i nostri interlocutori.

Chi scrive, scrive con sempre meno attenzione; chi legge, lo fa più per soddisfare la propria fame di novità che di sapere. Vivere nel nostro tempo ci impone di divorare notizie e pensieri come se fossimo ad un fast-food: tutto deve essere rapido, saporito (anche solo salato), economico e globalizzato.

L’immagine più nitida di questo fenomeno? Facebook. Tutti parlano di tutto, in tutti i modi, le informazioni permangono sui nostri occhi per non più di un paio di secondi, il tempo necessario a muovere verso l’alto il dito sulla nostra news feed.

Degli articoli basta leggerne a malapena i titoli per convincersi che siano Vangelo: nulla interessa dell’autore, del suo contenuto, delle fonti, degli approfondimenti.

Dei libri basta leggerne la trama su Internet, di un autore basta leggerne la biografia su Wikipedia: al diavolo l’analisi delle opere, dell’autore, il pathos, l’analisi introspettiva, le pieghe sulle pagine come segnalibro.

La comunicazione è diventata l’unica arte contemporanea.

Si studia l’uomo, i suoi gusti, le sue attitudini, i suoi desideri per utilizzare il suo inconscio a nostro favore, provando sempre più ad impedirgli di ragionare con la propria testa.

Non è più chi legge a costruire immagini, ma chi scrive ad imporgliele: un coacervo di colori, parole ad effetto, suggestioni accompagnano per mano il lettore-consumatore verso la “verità”, l’unica plausibile.

La politica non fa eccezione, anzi rappresenta di questo fenomeno l’espressione più alta.

L’analisi politica diventa così gossip succulento, la comunicazione politica una raccolta di aforismi, la proposta politica mera televendita.

L’avvento di quest’era, qui in Italia, lo ha lanciato il cav. Silvio Berlusconi: costruì la propria fortuna (e sfortuna politica) sulla narrazione di se stesso, delle sue gesta e del suo sogno, utilizzando e manipolando i mezzi d’informazione a suo piacimento. Era, però, una comunicazione unidirezionale. Nessun contraddittorio, se non su una certa carta stampata che comunque faceva fatica a stargli dietro. Comunicazione verticale e verticistica.

Oggi, nell’era dei social, la comunicazione politica è orizzontale ed è diventato esercizio pericoloso, proprio per il suo carattere multidirezionale: per questa ragione si limita esclusivamente a polarizzare il pubblico, spostando il campo della discussione dall’oggetto della notizia (i politici e le loro politiche) ai soggetti della notizia (chi legge). Non è dunque più importante quello che un politico fa o pensa, piuttosto l’immagine che dà di sè e quanto polarizzato è il suo pubblico.

La politica cambia dunque veste: da cantiere nel quale dare materia alle visioni di una generazione a regia di uno spettacolo di maschere mutevoli: dal trionfo dell’azione all’apoteosi della narrazione, insomma.

Considerando, però, che la vita non è un’opera teatrale e non viviamo in poltrona, noi cittadini siamo chiamati a rifiutare questo gioco delle parti e reinterpretare la nostra funzione sociale in un mondo che corre spesso troppo veloce e di cui non riusciamo più a recuperarne l’essenza.

Si parla spesso del rapporto tra velocità e profondità nella nostra società.

La chiave, credo, sia tutta lì.

In un mondo che diventa sempre più grande, in cui è dunque facile perdere la bussola, è necessario trovare un nuovo baricentro. Siamo chiamati a rovesciare il paradigma dominante e ricominciare ad investire sulla ricerca della verità, quella personale prima di tutto.

E’ necessario ritornare ad interrogarci sulla realtà, più che interrogarla in maniera acritica; indispensabile fermare con le mani le immagini che scorrono davanti agli occhi, guardarle con attenzione e studiarne la forma; sentire meno il gregge ed ascoltare più noi stessi.

Per cambiare la realtà che tutti diciamo di voler cambiare dobbiamo imparare a conoscerla, nel profondo. Dobbiamo prima di tutto cambiare noi stessi e, ancor prima, imparare a conoscerci.

La retorica, spesso stucchevole, a cui ci stiamo assuefacendo vive del dogma del cambiamento. Quando si parla di cambiamento, si parla di ovvietà: ogni secondo che passa il mondo cambia, inesorabilmente, e non ha bisogno di noi per farlo: si chiama entropia.

La nostra generazione non può vivere inseguendo e accompagnando il cambiamento, di per sé naturale, ma ridurre il grado di disordine che da esso ne consegue.

Il cambiamento non è sinonimo di miglioramento, ma di movimento: la sfida più importante per la nostra generazione sta nel muoversi nella giusta direzione e prendere la giusta strada.

La strada che vedo più sicura è la politica, quella vera. La politica contempla in sé tutti i tratti dell’evoluzione di cui ha bisogno la nostra società: studio, analisi, critica, elaborazione e realizzazione.

La rivoluzione della nostra generazione non vive negli slogan e nel suono delle parole, ma del valore che noi gli attribuiamo. Le parole, nella politica e nella società, stanno tornando ad avere un valore: vince chi è in grado coglierlo prima.

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