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Emissioni/Omissioni. Quando cattive politiche di gestione mettono a repentaglio la sostenibilità del Paese

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La fumata nera di qualche giorno fa al COVA di Viggiano ha destato non poca preoccupazione tra i lucani, che continuano a denunciare le condizioni di inquinamento e malasanità di questa Regione.

Il colosso dell’industria petrolifera italiana, che oramai da 20 anni tiene in pugno la politica lucana, dalle sedi di via Anzio a quelle di via dell’Ateneo Lucano passando per l’Ospedale San Carlo, continua a fare paura e a suscitare sfiducia verso le politiche ambientali, anzi verso la Politica.

L’oro Nero lucano, che avrebbe dovuto fare della Basilicata la regione più ricca d’Europa, non ha fatto altro che alimentare gli interessi economici e politici delle società d’estrazione, nonché rimpinguare le tasche già strapiene dei dirigenti politici lucani.

Nessun piano di investimento razionale per alimentare la crescita economica di questa regione, disgraziata e dimenticata, chiusa tra sue montagne nell’arretratezza culturale e sociale che la caratterizza da sempre, già solo per il fatto di essere una regione del Mezzogiorno d’Italia.

Come con i 500 euro di Renzi ai diciotteni nati nel ’98, con il bonus idrocarburi pensavano di raccogliere assenso e voti. E’ vero, non siamo ipocriti,  quei soldi fanno comodo a tutti, visti gli aumenti del prezzo del carburante, ma non è questo il modo giusto per investire nella crescita di una regione, non comprando il consenso. Vogliamo parlare poi dei piani di riassetto stradale senza logica, delle sagre di paese, dei mega concerti a Viggiano?  Questi  sono gli ambiti in cui vengono investiti i ricavi delle Royalty, mentre continuiamo ad essere una Regione senza un piano energetico chiaro, in cui le energie rinnovabili rappresentano, agli occhi dei cittadini, più un pericolo che un’opportunità.

Speravamo nell’investimento tecnologico, nei sistemi di illuminazione stradale innovativi e a risparmio energetico, per esempio, nel boom del teleriscaldamento e delle abitazioni ecosostenibili.

Speravamo in un investimento nel settore dell’industria energetica e petrolifera, che rendesse le nostre maestranze indispensabili e appetibili in questi settori e che avviasse, una volta per sempre, una transizione economica e sociale non più rinviabile.

Speravamo in un investimento sulla formazione e sulla ricerca scientifica: sarebbe utile che la Regione investisse danari sull’alta formazione, sul trasferimento tecnologico alle imprese, sul rapporto università-territorio, puntando alla  massima autonomia gestionale dell’Università della Basilicata, piuttosto che al suo controllo politico.

Quale futuro vogliamo per la nostra regione? Sarebbe banale dire no alle estrazioni e ai centri di raffinazione del grezzo. Anche perché non è questo che vogliamo. La riqualificazione energetica, lo sviluppo della rete infrastrutturale e dei trasporti, la riqualificazione urbanistica e ambientale, la creazione di nuove opportunità di lavoro, questi sono i piani di investimento a cui la Politica deve puntare, azioni concrete che hanno come fine la crescita economica della Regione e l’inversione del suo trend demografico e migratorio. La chiave della risposta a queste nostre esigenze è appunto la Politica, anche se sembrerebbe un controsenso. Forse dovrei dire ‘la buona politica’. Credo che la Politica, quella genuina, quella che davvero si interessa della res publica, si trovi nelle mani dei giovani. I giovani, infatti, sono il pezzo di società che più risente della crisi economica, della cattiva gestione delle problematiche ambientali e sociali, ma sono anche coloro che hanno le forze e  gli strumenti culturali per rimettere in piedi il Paese e superare lo stato frammentato della politica attuale.

Tuttavia, quello che si avverte è che “Spesso i giovani sono disinteressati alla cosa pubblica, anche a temi di grande impatto sociale come l’ambiente e lo sviluppo sostenibile” – ha detto l’on. Speranza in convegno a Roma il 17 dicembre. Ed è vero, le distrazioni quotidiane distolgono l’attenzione da quello che ci accade intorno, dai problemi sociali e politici che mettono in discussione il futuro della nostra Regione. Non basta osservare e giudicare quello che fanno gli altri, bisogna mettersi in gioco se si vuole cambiare l’assetto economico, sociale e ambientale della Basilicata.

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La retorica del cambiamento

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Viviamo l’epoca dell’ipertrofia comunicativa.

Le parole scorrono a fiumi e con peso relativo sempre minore; spesso facciamo fatica a cogliere, addirittura, da quale bocca escano (o da quale tastiera) e sempre più raramente riescono ad essere uno strumento con cui caratterizzare i nostri interlocutori.

Chi scrive, scrive con sempre meno attenzione; chi legge, lo fa più per soddisfare la propria fame di novità che di sapere. Vivere nel nostro tempo ci impone di divorare notizie e pensieri come se fossimo ad un fast-food: tutto deve essere rapido, saporito (anche solo salato), economico e globalizzato.

L’immagine più nitida di questo fenomeno? Facebook. Tutti parlano di tutto, in tutti i modi, le informazioni permangono sui nostri occhi per non più di un paio di secondi, il tempo necessario a muovere verso l’alto il dito sulla nostra news feed.

Degli articoli basta leggerne a malapena i titoli per convincersi che siano Vangelo: nulla interessa dell’autore, del suo contenuto, delle fonti, degli approfondimenti.

Dei libri basta leggerne la trama su Internet, di un autore basta leggerne la biografia su Wikipedia: al diavolo l’analisi delle opere, dell’autore, il pathos, l’analisi introspettiva, le pieghe sulle pagine come segnalibro.

La comunicazione è diventata l’unica arte contemporanea.

Si studia l’uomo, i suoi gusti, le sue attitudini, i suoi desideri per utilizzare il suo inconscio a nostro favore, provando sempre più ad impedirgli di ragionare con la propria testa.

Non è più chi legge a costruire immagini, ma chi scrive ad imporgliele: un coacervo di colori, parole ad effetto, suggestioni accompagnano per mano il lettore-consumatore verso la “verità”, l’unica plausibile.

La politica non fa eccezione, anzi rappresenta di questo fenomeno l’espressione più alta.

L’analisi politica diventa così gossip succulento, la comunicazione politica una raccolta di aforismi, la proposta politica mera televendita.

L’avvento di quest’era, qui in Italia, lo ha lanciato il cav. Silvio Berlusconi: costruì la propria fortuna (e sfortuna politica) sulla narrazione di se stesso, delle sue gesta e del suo sogno, utilizzando e manipolando i mezzi d’informazione a suo piacimento. Era, però, una comunicazione unidirezionale. Nessun contraddittorio, se non su una certa carta stampata che comunque faceva fatica a stargli dietro. Comunicazione verticale e verticistica.

Oggi, nell’era dei social, la comunicazione politica è orizzontale ed è diventato esercizio pericoloso, proprio per il suo carattere multidirezionale: per questa ragione si limita esclusivamente a polarizzare il pubblico, spostando il campo della discussione dall’oggetto della notizia (i politici e le loro politiche) ai soggetti della notizia (chi legge). Non è dunque più importante quello che un politico fa o pensa, piuttosto l’immagine che dà di sè e quanto polarizzato è il suo pubblico.

La politica cambia dunque veste: da cantiere nel quale dare materia alle visioni di una generazione a regia di uno spettacolo di maschere mutevoli: dal trionfo dell’azione all’apoteosi della narrazione, insomma.

Considerando, però, che la vita non è un’opera teatrale e non viviamo in poltrona, noi cittadini siamo chiamati a rifiutare questo gioco delle parti e reinterpretare la nostra funzione sociale in un mondo che corre spesso troppo veloce e di cui non riusciamo più a recuperarne l’essenza.

Si parla spesso del rapporto tra velocità e profondità nella nostra società.

La chiave, credo, sia tutta lì.

In un mondo che diventa sempre più grande, in cui è dunque facile perdere la bussola, è necessario trovare un nuovo baricentro. Siamo chiamati a rovesciare il paradigma dominante e ricominciare ad investire sulla ricerca della verità, quella personale prima di tutto.

E’ necessario ritornare ad interrogarci sulla realtà, più che interrogarla in maniera acritica; indispensabile fermare con le mani le immagini che scorrono davanti agli occhi, guardarle con attenzione e studiarne la forma; sentire meno il gregge ed ascoltare più noi stessi.

Per cambiare la realtà che tutti diciamo di voler cambiare dobbiamo imparare a conoscerla, nel profondo. Dobbiamo prima di tutto cambiare noi stessi e, ancor prima, imparare a conoscerci.

La retorica, spesso stucchevole, a cui ci stiamo assuefacendo vive del dogma del cambiamento. Quando si parla di cambiamento, si parla di ovvietà: ogni secondo che passa il mondo cambia, inesorabilmente, e non ha bisogno di noi per farlo: si chiama entropia.

La nostra generazione non può vivere inseguendo e accompagnando il cambiamento, di per sé naturale, ma ridurre il grado di disordine che da esso ne consegue.

Il cambiamento non è sinonimo di miglioramento, ma di movimento: la sfida più importante per la nostra generazione sta nel muoversi nella giusta direzione e prendere la giusta strada.

La strada che vedo più sicura è la politica, quella vera. La politica contempla in sé tutti i tratti dell’evoluzione di cui ha bisogno la nostra società: studio, analisi, critica, elaborazione e realizzazione.

La rivoluzione della nostra generazione non vive negli slogan e nel suono delle parole, ma del valore che noi gli attribuiamo. Le parole, nella politica e nella società, stanno tornando ad avere un valore: vince chi è in grado coglierlo prima.

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