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Cronache della discordia: un romanzo che parla di politica, tra delusione e voglia di cambiamento.

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Francesco Marocco, classe 1976, nato a Bari, architetto-paesaggista laureato presso la sede materana dell’Università degli Studi della Basilicata, dopo anni di insegnamento precario presso le università di Valencia, Bari e Matera, è emigrato a New York nel 2014, perché deluso da un Paese e da una classe politica che ancora oggi non sono in grado di garantire un futuro ai giovani.

Autore del romanzo Cronache della Discordia (Mondadori), Marocco è stato ospite lo scorso 24 luglio della blogger Giuditta Casale (Giudittalegge), presso Crusco’s, che ho avuto il piacere di affiancare per andare oltre gli aspetti letterari del romanzo e approfondire il perché dell’aver scelto di affrontare un tema così delicato, quale quello della politica italiana.

All’indomani dell’approvazione della nuova Riforma Elettorale, che prevede anche l’accorpamento delle piccole municipalità, gli abitanti di Paludazzo e Montesole, che si odiano da sempre, sono chiamati ad eleggere il primo sindaco unificato del neonato municipio di Fiumesecco.  I due candidati sindaco sono Gino Matera, ex sindaco di Paludazzo, del centrosinistra, e Bernardino Chiarelli, ex sindaco di Montesole, del centrodestra. Le discordie tra i due comuni, l’odio degli uni verso gli altri, si rispecchiano quindi anche nella vicenda politica che segna il proseguirsi del romanzo: il nuovo comune di Fiumesecco vede la contrapposizione di due blocchi politici distinti che si contendono la conquista del potere. La prima turnazione elettorale, che vede il centrodestra e il centrosinistra in perfetta parità, porterà i riflettori della nazione intera ad accendersi sulle vite, i sogni e le disillusioni degli abitanti di Fiumesecco.

Un viaggio disincantato attraverso un Meridione disgraziato e dimenticato, dove la lotta e la competizione tra comuni vicini compromettono la salubrità socio-economica e culturale dell’intera nazione, rivelando il vero volto di una società in cui la vera felicità non sta nel celebrare la propria festa, ma nel vedere rovinata quella degli altri.

L’autore si fa portavoce di una generazione dimenticata dalla politica e privata di un futuro fatto di certezze, costretta a lasciare la propria terra, gli affetti e le abitudini quotidiane, in cerca di un lavoro e di uno stipendio dignitosi. Un sentimento di rabbia e delusione, quello di Marocco, nei confronti di una politica spesso svuotata dei contenuti, che soffre di un certo scollamento tra proposta e azione politica, e fatta quasi solo di favori e promesse non mantenute.

Dopo anni di attivismo politico che non hanno per nulla contribuito a migliorare la situazione socio-economica del Sud Italia, Marocco vorrebbe consigliare a tutti i giovani di cercare fortuna fuori dall’Italia, oramai rassegnato, e convinto che gli strumenti a disposizione non sono mai abbastanza per poter cambiare il mondo.

Tuttavia, credo che tra le righe, nelle ultime pagine del romanzo, si scorga un messaggio di speranza per i giovani d’oggi. Riccio, un giovane paladuzzese appena diciottenne, al termine della settimana pre-ballottaggio si trova di fronte il premier senza essere in grado di riconoscerlo, anzi confondendolo persino con un cantante famoso. Per di più, la scheda elettorale appena ricevuta, nuova e immacolata, Riccio la usa come segnalibro, a riprova del suo assoluto disinteresse verso la dinamica elettorale che si sta consumando nel suo paese. Riccio sembra raffigurare l’emblema di tutti i giovani di oggi che non si interessano alla politica, che non seguono le vicende politiche nazionali e non si informano su quello che accade nel mondo. Un lassismo generazionale che nasce, appunto, dall’inconscia ed errata consapevolezza che i processi politici siano lontani dal raggio d’azione dei singoli, qualcosa su cui è impossibile avere alcuna influenza.

La rassegnazione non può però essere la chiave del nostro tempo: questo il messaggio che si legge tra le righe. La possibilità di rimanere delusi dalla politica non deve essere un freno alla voglia di mettersi in gioco e provare a cambiare il proprio angolo di mondo.

In un mondo che va così veloce, per giunta, sono proprio i giovani i reali detentori del cambiamento, soprattutto in regioni come la Basilicata che stentano ancora a decollare e le cui condizioni socio-economiche spingono molti ad abbandonarla. I giovani rappresentano ciò che è e ciò che sarà ed è impensabile, soprattutto in terra lucana, che smettano assolutamente di interessarsi alla costruzione del proprio futuro, perché dal loro futuro passa quello della Basilicata intera.

Il filo conduttore del romanzo è il concetto di bipolarismo, declinato in chiave politica, sociale, culturale, ideologica. L’autore prova a raccontare, per mezzo di molti espedienti narrativi, la sua ferma convinzione che il male della politica italiana sia l’attitudine a combattere sempre contro qualcuno e mai per qualcosa. Il romanzo può essere interpretato dunque come un piccolo saggio sul campanilismo, inteso come connotato caratterizzante della società italiana. L’aver scelto, per giunta, proprio la Basilicata come casa di questo romanzo, fornisce, inevitabilmente, ulteriori spunti di riflessione sul rapporto tra politica e cittadini, sollevando anche molte contraddizioni che da tale rapporto scaturiscono.

Pertanto, vi invito alla lettura.

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Giano bifronte: e se quello che vediamo non fosse poi la realtà?

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“Ognuno di noi ha una patria di nascita ed una elettiva”,con queste parole inizio’ la mia prima lezione all’università,e in questi giorni in giro per l’italia mi sono tornate alla mente spesso.

Ho conosciuto realtà non  molto lontane da quella potentina,una realtà contorta e alle volte davvero complessa,e mi sono chiesta se per qualcuno potenza possa aver mai rappresentato la “patria elettiva”,o se in realtà fosse solo il rifugio di chi ha avuto qui i natali.

Ho girato questa domanda a varie persone e il risultato,alquanto inatteso , ha messo in luce quanto la città sia ricca di persone che volutamente hanno deciso di venire a vivere qui e,cosa ancor più inaspettata,ne sono anche soddisfatti.

Ma allora da cosa deriva quello strano senso di insoddisfazione che aleggia per lo più sui nostri volti quando camminando, ci incrociamo distratti in giro?!
Ci guardiamo intorno e non sempre ,anzi quasi mai,ci piace quello che vediamo: c’e’ poco verde e troppo cemento,pochi parcheggi ma troppe macchine,non si organizza mai nulla, ma se poi si fa qualcosa non ci andiamo; ogni cosa diventa il pretesto per esaltare una mancanza,piuttosto che sottolineare una presenza.
Siamo come affetti da una sorta di “sindrome di Stendhal al contrario”: restiamo folgorati solo da ciò che non ci piace o da ciò che non corrisponde alle nostre aspettative, e non ci preoccupiamo quasi mai se dietro a ciò che vediamo ci sia qualcuno o qualcosa che ha agito pensando di fare un regalo alla comunità.
Già perché nelle viscere più profonde, la nostra città nasconde un cuore che batte più forteogni volta che una delle cento associazioni, piuttosto che un singolo decidono di fare qualcosa affinché la sua bellezza possa venir fuori.

Si, perché Potenza è un po’ come una giovane donna,si nasconde e si rivela a suo piacimento: alle volte è fredda, altre accogliente,austera e accomodante; ma nonostante le mille sfaccettature ha una sola ed unica pretesa, essere amata e capita.
Concedetele un po’ del vostro tempo e della fiducia, saprà ricompensarvi.

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