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CambiaMenti climatici: energia è sinonimo di politica

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La salvaguardia ambientale è oramai un punto nevralgico dell’agenda politica mondiale. L’ultima conferenza sul clima di Parigi (Cop21) è stata non poco al centro dei notiziari, nonché delle discussioni politiche europee e non solo.

Contenere entro certi limiti il riscaldamento globale non è cosa da poco e raggiungere accordi tra i leader mondiali non sempre ha risvolti positivi, non in questo caso. Durante negoziati di questa valenza, vengono al pettine dei nodi duri da sciogliere, situazioni che delineano con veridicità la complessità dell’assetto economico e politico del globo. Quando i leader mondiali decidono di inserire nelle proprie politiche ambientali azioni di minimizzazione delle emissioni di gas a effetto serra, richiedendo la massima collaborazione di tutti i Paesi, corrono il rischio di distruggere i trattati commerciali che mantengono in equilibrio i rapporti economici tra le corporation industriali internazionali.

Purtroppo, gli interessi economici e commerciali rendono alquanto arduo il raggiungimento di misure condivisibili da tutti gli attori dell’economia mondiale. Quando si parla di riduzione delle emissioni, i Paesi ad alto tasso industriale, come Stati Uniti, Russia e Cina, ovvero le grandi potenze economiche mondiali, si trovano in difficoltà, perchè dovrebbero rivedere le loro politiche di sviluppo industriale e i modelli di produzione che animano le loro economie.

E’ chiaro, quindi, come nessun tycoon voglia mettere a repentaglio la propria esistenza economica e commerciale, neanche quando c’è in gioco la qualità della vita del Pianeta e di coloro che lo abitano. Questa considerazione vi fa pensare a qualcosa, o meglio, a qualcuno!?

Forse il nuovo governatore degli Stati Uniti diceva sul serio quando si mostrava scettico verso il cambiamento climatico e le politiche di protezione ambientale. Forse, per Trump, le misure previste dall’accordo sul clima rappresentano un ostacolo allo sviluppo e alla crescita della categoria sociale da lui rappresentata. La vera questione è che ora Trump non è più solo un uomo d’affari, ma è il Presidente della prima potenza mondiale. Le sue posizioni economico-politiche hanno ora una forte influenza sul resto del mondo e direi che la sua avversione verso le politiche di salvaguardia ambientale potrebbe davvero rivelarsi un pericolo per tutti noi.

Credo che non sempre si è coscienti della rilevanza politica, economica, sociale e culturale del problema ambientale. Se a Trump interessa costruire skyscrapers,  quali sono gli interessi delle aree sottosviluppate del mondo? La non omogenea distribuzione delle materie prime e delle risorse energetiche crea terremoti politici in cui a rimanere nella povertà sono proprio i Paesi sottosviluppati. La natura ha fatto loro una beffa: circa l’80% delle materie prime (legno, petrolio, metalli preziosi, ecc.) si trova in aree povere del Pianeta, che vengono da secoli sfruttate senza ottenere alcun beneficio. Queste le terre più virtuose anche dal punto di vista ambientale e delle emissioni di anidride carbonica, che però si trovano a cedere i loro crediti di carbonio alle potenze industrializzate, che così si acquistano virtuosità. Forse la beffa non gliel’ha fatta la natura, ma il così tanto complesso sistema economico che regola gli interessi dei governatori, gli accordi politici e gli interessi dei privati.

Una riflessione seria va, dunque, posta non tanto sul tema ambientale in sè, bensì sul modello di capitalismo che governa i processi globali, divenuto unico mantra perseguito dai paesi del blocco occidentale e non.

Il meccanismo che governa le politiche di salvaguardia ambientale pare essere molto più complesso del votare SI o NO ad un referendum abrogativo, non credete?! La risposta a quel referendum non vive nel dubbio che le estrazioni petrolifere comportino un danno all’assetto naturale e antropico di un territorio, ma perché avrebbero dovuto rappresentare un risvolto economico positivo per quelle zone del mondo, come la nostra Basilicata, ricche di materie prime ma con una bassa qualità della vita. Mai povere di risorse, terre come la nostra soffrono la mancanza di una politica ambientale ed energetica valida, studiata e consapevole, che sia diretta verso le energie pulite e i nuovi investimenti economico-sociali. Il vero problema non è l’energia consumata per “mantenere accese delle cose spente” – come dice il buon Grillo in riferimento alle spie degli elettrodomestici alimentati da una inutile centrale nucleare: il vero problema è nella gestione dei processi politici che alimentano le transizioni economiche ed energetiche. Non limitiamoci guardare le cose con superficialità, ma impegniamoci a capire la vera realtà delle cose.

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Emissioni/Omissioni. Quando cattive politiche di gestione mettono a repentaglio la sostenibilità del Paese

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La fumata nera di qualche giorno fa al COVA di Viggiano ha destato non poca preoccupazione tra i lucani, che continuano a denunciare le condizioni di inquinamento e malasanità di questa Regione.

Il colosso dell’industria petrolifera italiana, che oramai da 20 anni tiene in pugno la politica lucana, dalle sedi di via Anzio a quelle di via dell’Ateneo Lucano passando per l’Ospedale San Carlo, continua a fare paura e a suscitare sfiducia verso le politiche ambientali, anzi verso la Politica.

L’oro Nero lucano, che avrebbe dovuto fare della Basilicata la regione più ricca d’Europa, non ha fatto altro che alimentare gli interessi economici e politici delle società d’estrazione, nonché rimpinguare le tasche già strapiene dei dirigenti politici lucani.

Nessun piano di investimento razionale per alimentare la crescita economica di questa regione, disgraziata e dimenticata, chiusa tra sue montagne nell’arretratezza culturale e sociale che la caratterizza da sempre, già solo per il fatto di essere una regione del Mezzogiorno d’Italia.

Come con i 500 euro di Renzi ai diciotteni nati nel ’98, con il bonus idrocarburi pensavano di raccogliere assenso e voti. E’ vero, non siamo ipocriti,  quei soldi fanno comodo a tutti, visti gli aumenti del prezzo del carburante, ma non è questo il modo giusto per investire nella crescita di una regione, non comprando il consenso. Vogliamo parlare poi dei piani di riassetto stradale senza logica, delle sagre di paese, dei mega concerti a Viggiano?  Questi  sono gli ambiti in cui vengono investiti i ricavi delle Royalty, mentre continuiamo ad essere una Regione senza un piano energetico chiaro, in cui le energie rinnovabili rappresentano, agli occhi dei cittadini, più un pericolo che un’opportunità.

Speravamo nell’investimento tecnologico, nei sistemi di illuminazione stradale innovativi e a risparmio energetico, per esempio, nel boom del teleriscaldamento e delle abitazioni ecosostenibili.

Speravamo in un investimento nel settore dell’industria energetica e petrolifera, che rendesse le nostre maestranze indispensabili e appetibili in questi settori e che avviasse, una volta per sempre, una transizione economica e sociale non più rinviabile.

Speravamo in un investimento sulla formazione e sulla ricerca scientifica: sarebbe utile che la Regione investisse danari sull’alta formazione, sul trasferimento tecnologico alle imprese, sul rapporto università-territorio, puntando alla  massima autonomia gestionale dell’Università della Basilicata, piuttosto che al suo controllo politico.

Quale futuro vogliamo per la nostra regione? Sarebbe banale dire no alle estrazioni e ai centri di raffinazione del grezzo. Anche perché non è questo che vogliamo. La riqualificazione energetica, lo sviluppo della rete infrastrutturale e dei trasporti, la riqualificazione urbanistica e ambientale, la creazione di nuove opportunità di lavoro, questi sono i piani di investimento a cui la Politica deve puntare, azioni concrete che hanno come fine la crescita economica della Regione e l’inversione del suo trend demografico e migratorio. La chiave della risposta a queste nostre esigenze è appunto la Politica, anche se sembrerebbe un controsenso. Forse dovrei dire ‘la buona politica’. Credo che la Politica, quella genuina, quella che davvero si interessa della res publica, si trovi nelle mani dei giovani. I giovani, infatti, sono il pezzo di società che più risente della crisi economica, della cattiva gestione delle problematiche ambientali e sociali, ma sono anche coloro che hanno le forze e  gli strumenti culturali per rimettere in piedi il Paese e superare lo stato frammentato della politica attuale.

Tuttavia, quello che si avverte è che “Spesso i giovani sono disinteressati alla cosa pubblica, anche a temi di grande impatto sociale come l’ambiente e lo sviluppo sostenibile” – ha detto l’on. Speranza in convegno a Roma il 17 dicembre. Ed è vero, le distrazioni quotidiane distolgono l’attenzione da quello che ci accade intorno, dai problemi sociali e politici che mettono in discussione il futuro della nostra Regione. Non basta osservare e giudicare quello che fanno gli altri, bisogna mettersi in gioco se si vuole cambiare l’assetto economico, sociale e ambientale della Basilicata.

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