Passione, impegno e libertà di stampa: una chiacchierata con Luca Telese

Passione, impegno e libertà di stampa: una chiacchierata con Luca Telese

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A margine di Fondamenta – Energie per la Basilicata (organizzata da Articolo 1 – MdP il 22 e 23 settembre), Luca Telese – giornalista, scrittore, autore, conduttore radiofonico e televisivo – si è concesso a qualche domanda sulla sua professione e anche su se stesso. Con chiarezza e senza peli sulla lingua ha raccontato cosa vuol dire fare le proprie scelte, accettando anche i rischi e le conseguenze di un ambiente non sempre “rose e fiori”.

Perchè hai scelto di fare il giornalista?

Perchè è sempre stata una mia grande passione, sono nato leggendo i giornali. Mio padre era un militante del PCI e la domenica lo accompagnavo a distribuire “L’Unità”. Sono cresciuto con le grandi firme della carta stampata, anche quelle di destra; papà aveva una cultura democratica per la quale si leggeva Fortebraccio e Scalfari ma si tenevano in considerazione anche Montanelli e Bettiza. Vivevamo in un secolo in cui si combatteva la battaglia delle idee.

Mio padre andava orgogliosamente e letteralmente “con le pezze al culo” per pagare le rate dei libri, con le cedoline dell’Einaudi che sembravano cambiali. Sono cresciuto in una periferia di Roma, senza parenti nell’Ordine (dei Giornalisti ndr.) ma avevo questa grande passione che mi ha fatto diventare giornalista.

Il rapporto di Reporters San Frontieres colloca l’Italia al 52° posto per la libertà di stampa. In un Paese “moderno e civilizzato” – come dovrebbe essere il nostro – cosa è necessario fare, secondo te, per una maggiore libertà di stampa e informazione?

In linea di massima in Italia chi vuole può trovare e comprare informazione quasi di qualunque tipo; può leggere Feltri, il Manifesto, Belpietro, Calabresi o Scalfari (che è ancora un grande maestro di giornalismo e detta ancora i suoi pezzi al telefono). Se ci pensiamo manca un giornale di sinistra, hanno demolito l’Unità: abbiamo le “Feste de l’Unità” ma non c’è più l’Unità.

Il problema della libertà di stampa è il servilismo: per la prima volta con questo Governo ci sono tre direttori di telegiornale che hanno la stessa idea, quella del governo. Nemmeno con Berlusconi il TG3 ha avuto un direttore con le stesse idee di quelle del Presidente del Consiglio. Rispetto al pluralismo che c’è nella carta stampata, oggi c’è il rischio che nelle televisioni ci possa essere un giro di vite; la Rai non è più pluralista come un tempo e la “TV di servizio” la fa un canale privato – permettimi questa nota di orgoglio – come La7 dove trovano spazio tutte le idee politiche.

Il problema grosso del nostro Paese non è la mancanza di libertà di stampa – a dispetto delle classifiche non siamo al livello di un paese africano – ma è l’assenza delle testate che organizzano e costruiscono quella battaglia culturale, che la sinistra ha avuto nei giornali. Quando ero piccolo c’erano quattro o cinque giornali di sinistra, alcuni hanno chiuso e adesso c’è il rischio del conformismo; l’esempio lampante è stata la campagna referendaria, se eri del No avevi 10 secondi mentre se eri del Sì avevi 4 ore.

Fare informazione significa anche dare ai cittadini gli strumenti per comprendere la realtà complessa che ci circonda. Nella diffusione delle famose “fake news” o di notizie male interpretabili, ci sono delle responsabilità di categoria dei giornalisti, se sì quali?

Ci sono sempre stati la propaganda e i titoli falsi o forzati, però in questo caso non credo si possa parlare di responsabilità dei giornalisti: le fake news sono informazioni veicolate da non giornalisti. La “grande democrazia della rete” ha prodotto anche i “grandi cazzoni della rete”, come quelli che lanciano l’allarme epidemia senza fondamento alcuno; praticamente le “legioni di imbecilli” di Umberto Eco.

C’è una degenerazione di un certo costume, abbiamo “sfondato la barriera del suono” quando è stato mandato in onda – mi spiace che lo abbia fatto una trasmissione come “Chi l’ha visto?” – il filmato di un padre che apprende che suo figlio è indagato per un omicidio ed ha confessato, quella è una frontiera “splatter” che non dovremmo superare. Mi preoccupa che venga mandato in diretta lo spettacolo del dolore o le campagne mediatiche come il caso Consip con notizie false dall’una e dall’altra parte: inchieste manipolate, tentativi di depistaggio, prove taroccate. Se ci serve una fotografia di quello che non dovrebbe essere l’informazione, credo che l’inchiesta Consip sia il classico “caso di scuola”.

Lavori sia in TV che in radio, che differenza c’è fra questi due mezzi? C’è una preferenza fra questi due per Luca Telese?

Sono nato nella carta stampata e la considero ancora la mia casa, il resto sono “meravigliose proiezioni” del lavoro che ho fatto. Quando devo spiegare la differenza fra la carta e TV dico sempre che è la stessa che c’è fra viaggiare in aereo e viaggiare in bicicletta: la carta stampata è come attraversare una campagna e poter sentire i rumori ed i suoni della natura, cogliendo quello che vuoi; con la televisione puoi percorrere distanze infinite in pochi secondi.

Entrambi hanno un punto debole ed un punto di forza, quello che scrivi resta per sempre ed è una grande responsabilità mentre la TV è diversa: una volta sono stato ospite dalla Durso e molte persone, che vivono nel mio stesso quartiere, sono rimaste colpite dal fatto che fossi “andato da Barbara”, condividendo anche quello che avevo detto…peccato che quando chiedevo su cosa nello specifico fossero d’accordo con me la risposta è stata “Non me lo ricordo, era ieri”.

La radio è una cosa ancora più bella, spesso dico che la TV è proiettata verso l’esterno e non hai nessun ritorno mentre il microfono in radio è come un vampiro, dopo 3 ore di radio di senti quasi svuotato perché i contatti di interazione (messaggi, voci, contributi dall’esterno) sono potentissimi.

Un pregio ed un difetto di Luca Telese

Il difetto è che ho un caratteraccio e spesso mi arrabbio. Molte volte penso che se avessi “mediato” di più nella vita avrei ottenuto di più dal punto di vista economico o dai quei riconoscimenti che molti colleghi inseguono: premi, targhe ecc.

Aver litigato tante volte, aver sbattuto qualche porta, aver detto qualche “no” anche contro la mia stessa convenienza mi ha aiutato; ho vissuto tanti mondi, ho lavorato in giornali di destra pur essendo di sinistra, ho imparato molto, ho perso quella “spocchia” di chi sta nel proprio mondo e si sente “più figo”, mi sono contaminato ed ho un rispetto innato per tutti i punti di vista, quando ho delle idee che penso siano importanti combatto.

Faccio il giornalista e non farei mai il politico – a meno che non ci fosse una dittatura – ma ho partecipato alla battaglia civile per il referendum del 4 dicembre e non nascondo che è stato un momento tremendo.

Sentivo che si faceva il vuoto intorno con molti colleghi, un giorno un assistente di studio mi disse “Sai cosa si dice in giro su di te? Se vince il Sì quello non lavora più”. Tuttavia sentivo che era importante farlo, non solo per la nostra Costituzione ma anche perché l’uomo solo al comando è sempre una iattura, se poi quell’uomo è Renzi vale la pena correre qualsiasi rischio.

Dalla battaglia del referendum ho imparato che quando rischi in buona fede la gente lo capisce e c’è un’altra risposta: quella del pubblico. Ho sempre pensato che la libertà di stampa è una condizione soggettiva, sei libero quando tu sei sereno e ti senti libero.

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