MAMA AFRICA – L’esperienza di Irene e il suo progetto umanitario.

MAMA AFRICA – L’esperienza di Irene e il suo progetto umanitario.

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Oggi vi presento Irene De Angelis, una 24enne ragazza potentina piena di vitalità ed energia, che ama viaggiare e scoprire mondi nuovi e nuove realtà. Da pochissimo laureata in Scienze dell’Alimentazione e della Nutrizione Umana presso il Campus Biomedico a Roma, durante il suo lavoro di tesi, Irene ha partecipato ad un grande progetto umanitario  in Africa, più precisamente in Centro Africa, in Tanzania, per raccogliere dati sui livelli di malnutrizione della popolazione pediatrica di quella regione del Mondo, tanto lontana quanto oramai vicina.

Irene è partita con tanto entusiasmo verso un villaggio dimenticato, dove povertà, scarsità di acqua potabile e condizioni igienico-sanitarie precarie rendono le aspettative di vita molto basse, per vivere lì due mesi intensi e pieni di meraviglie. Irene, ha portato con sé un bagaglio di esperienze e sentimenti che vale la pena condividere.

Come si chiama il progetto a cui hai partecipato e in cosa consiste nello specifico?

Il progetto in cui mi sono inserita, insieme con alcune colleghe universitarie, nasce dall’unione delle brillanti idee della Onlus “Golfini Rossi”, che collabora con un’abbazia nel cuore della Tanzania, e la mia università, il Campus Bio-Medico di Roma. Ai progetti finalizzati allo sviluppo dei luoghi in cui lavora la Onlus, abbiamo contribuito sfruttando le nostre conoscenze in tema alimentare e da questa collaborazione sono fuoriusciti tre studi: il primo riguardante l’educazione alimentare nelle scuole, il secondo ed il terzo consistenti nella valutazione socio-demografica e dello stato nutrizionale della popolazione rurale.

Particolare attenzione è stata rivolta alle cause e agli effetti della malnutrizione infantile e dell’ipertensione tra la popolazione adulta. Ho svolto la mia attività in una delle regioni economicamente meno sviluppate della Tanzania: la regione di Rukwa, situata nella Tanzania occidentale a confine con la Zambia ed il lago Tanganica. All’interno di questa regione sono collocati i contesti dove abbiamo lavorato: la cittadina di Sumbawanga (capoluogo di regione), la Chem Chem secondary school di Sumbawanga, il monastero di Mwimva, e la St. placidus primary school di Mvimwa (nella foto).

Dove hai alloggiato? Hai avvertito il cambio nello stile di vita?

La prima settimana abbiamo viaggiato attraverso la Tanzania su un pulmino. Abbiamo percorso 1400 km da Dar Es Salaam fino a Sumbawanga. In questa settimana i nostri alloggi sono stati “guesthouse” o i pochi alberghi che trovavamo durante il tragitto. Arrivati a Mwimva abbiamo alloggiato in un bellissimo monastero (nella foto). Il cambiamento nello stile di vita si avverte sin da subito, a partire dall’alimentazione a quelli che possono essere i vari comfort dei quali ognuno di noi usufruisce nella vita quotidiana, anche quelli più scontati, come l’acqua calda o la corrente elettrica. Nonostante io sia una persona che ha un grande spirito di adattamento, non è stato facile inizialmente.

Come sei stata accolta dalla popolazione residente? Cosa hai imparato da loro?

La popolazione Tanzaniana è meravigliosa. Può sembrare strano in un posto così difficile, ma la prima parola che mi viene in mente pensando a loro è FELICITÀ. Non c’è stato un momento in cui ho conosciuto qualcuno che non mi abbia sorriso o che non mi abbia salutato. Sì, perché lì si salutano tutti, non importa se ti conosci o no. Se vedi qualcuno per strada lì, in Africa, saluti. Uno dei primi giorni, guardando l’autista del pulmino che, mentre era alla guida, salutava ogni persona che vedeva in mezzo alla strada, ho chiesto ad un monaco: “Lawrence, ma come mai qui si salutano tutti?”. La sua risposta non me la sono mai dimenticata: “Sai qual è la filosofia tanzaniana? La fratellanza. Ogni posto in cui io vado trovo miei fratelli. Ogni posto in cui vado è casa mia”. Che cosa ho imparato da loro? Vivere alla giornata, penso che sia un gran modo per aggiornare la nostra esistenza.

 Questa esperienza ti ha cambiato la vita?

Sì, l’Africa ti cambia la vita. A proposito di questo, vorrei riproporre una frase di uno scrittore italiano, Marco Aime: “Di solito quando si viene qui si è sempre in movimento. Riproponiamo anche qui, tra brousse e città polverose, la frenesia occidentale. Pianifichiamo il nostro tempo per non avere attimi vuoti, quelli di cui abbiamo più paura. Poi, quando si è obbligati ad attendere – e quante volte questa terra ti costringe a farlo! – allora si vedono cose diverse.

Non si “studia” più ciò che si ha davanti agli occhi, non ci si sforza di capire, si osserva e si accetta questa normalità come se fosse la nostra. “Dio ha dato l’orologio agli svizzeri e il tempo agli Africani” mi ha detto una volta l’amico Jean Leonard mascherando il ritardo dietro al suo dolce sorriso congolese.”  (Tratto da Taxi Brousse. Sulle strade d’Africa. Di Marco Aime) È proprio quello che è successo a me. Non mi sono più sforzata di capire perché loro vivevano in quel modo, perché facevano determinate cose, ho semplicemente iniziato a vivere come loro, come se fosse da sempre quello il mio modo di vivere.

Che sentimenti porti ora nel cuore? Pensi di ritornaci?

Io non so spiegare precisamente quello che si prova quando ritorni da lì. Non riesco a decifrare il sentimento preciso, magari sono una serie di emozioni che le persone chiamano comunemente “mal d’Africa”. Ti senti inadeguato in ogni contesto in cui ti trovi, ti capita di provare solitudine in mezzo ad un mare di gente, di incantarti mentre qualcuno ti parla; capisci di non essere capito e, alla fine, te ne fai una ragione. Ecco, così mi sono sentita. Ritornerò assolutamente, ci ho lasciato un pezzo di cuore!

 

Grazie ad Irene per averci regalato delle emozioni. Diventa difficile, dopo una esperienza grande come questa, riportare su di un foglio i sentimenti provati e, soprattutto, quello che rimane nel proprio cuore dopo aver vissuto tra i poveri. L’acqua non è potabile, riso e patate sono i cibi più frequenti per ogni pasto, non c’è acqua calda, non ci sono medicinali prontamente disponibili, non si conoscono efficaci metodi di conservazione dei cibi.

Quando ti trovi a vivere in un contesto del genere, ti rendi conto che i problemi che ci affliggono nella quotidianità sono nulla in confronto alle difficoltà riscontrate nei Paesi sottosviluppati. Poi ti interroghi su come sia possibile che l’80% delle risorse naturali sia concentrato nelle aree povere del mondo. Ti chiedi se il modo occidentale ha delle responsabilità se la distribuzione e lo sfruttamento delle risorse naturali non sono eque nel mondo, ma sei anche consapevole che la tecnologia e l’innovazione possono giovare a questi territori, pur rimanendo al loro stadio “naturale”. Non riesci neanche a spiegarti perché le popolazioni sono sempre felici. Probabilmente vivere nella semplicità e a stretto contatto con la natura riportano l’uomo ad uno stato primordiale in cui i beni materiali non hanno valore, ma l’importante è fare comunità.

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